venerdì 23 marzo 2012

Malata di Aids nel Cie di Bologna: invece di aiuto arriva il rimpatrio

Questa è la storia di una giovane che a febbraio è stata rinchiusa nel Centro di identificazione ed espulsione di Bologna perché senza documenti e che, a pochi giorni dalla festa della donna, è stata prelevata e rispedita nel suo paese, la Nigeria, perché malata di Aids.
In barba ad ogni dichiarazione dei diritti umani, e in un paese che ama definirsi civile, succede ancora che chi ha bisogno di aiuto venga abbandonato e rimpatriato a dispetto di alternative alla legge Bossi-Fini come potrebbe essere, per esempio, la concessione di un permesso di soggiorno di protezione sociale.
A denunciare la vicenda era stata, neanche a dirlo, una donna. E cioè la deputata bolognese del Partito democratico, Sandra Zampa, che aveva visitato la struttura bolognese e toccato con mano le condizioni di «promiscuità», così le aveva definite, in cui vivono gli ospiti di queste strutture. «La situazione è allucinante – aveva informato allarmata la parlamentare –. Questa ragazza, che, come le coetanee che sono rinchiuse al Cie, sembra molto più vecchia di quel che è, è parecchio malconcia. Avrà a malapena trent’anni. All’Aids, che è conclamato e di cui gli operatori si sono accorti solo dopo il suo arrivo nell’edificio, si aggiungono altre patologie che la rendono estremamente sofferente. Ha il terrore di essere rispedita in Nigeria dove, date le sue precarie condizioni, sarebbe di fatto mandata a morire». Per questa giovane donna nigeriana - che le poche testate giornalistiche che hanno riportato la sua storia hanno ribattezzato Gloria - non c'è però stato lo stesso tam tam mediatico che si era scatenato per il caso di Adama, la ragazza senegalese che solo qualche mese prima era stata rinchiusa sempre nel Cie di Bologna dopo aver denunciato gli abusi subiti dal suo compagno e trovata, anch’essa, senza permesso di soggiorno. Mentre Adama - grazie alla mobilitazione di alcune associazioni femminili e ad un appello corredato da più di 800 firme - aveva ottenuto un permesso di protezione sociale ed era stata “liberata” e affidata alla Casa delle donne per non subire violenza; di Gloria si sono perse le tracce. Come accade, del resto, a tutti quei migranti, che il nostro paese considera clandestini perché "sans papier", che vengono rimpatriati applicando pedissequamente la legge dello Stato.
Eppure quando la polizia era andata a prelevare Gloria gli operatori del Cie credevano che l’interessamento della parlamentare democratica, seppur solitario, avesse sortito buoni frutti e che la giovane sarebbe stata presa in carico da una struttura o da un'associazione umanitaria in grado di aiutarla. Ma così non è stato. Al contrario, Gloria è stata accompagnata  all'aeroporto, imbarcata per Fiumicino e poi per Lagos dove è stata consegnata alle autorità locali.
Ora non è dato sapere dove sia e, soprattutto, se sta bene e se riceve le cure di cui necessita. È accaduto, insomma, quanto la portavoce della rete Primo Marzo e responsabile del Pd Emilia-Romagna per l’immigrazione, Cécile Kyenge Kashetu, aveva profeticamente previsto. Ma nessuno le aveva dato ascolto. «La semplice uscita dal Cie non basta. Per aiutare davvero queste persone - aveva sottolineato - bisogna costruire una vera politica dell’accoglienza».


Pubblicato su giulia.globalist.it

(Alessandra Testa)

giovedì 1 marzo 2012

Il primo marzo sotto le Due Torri

Galleria di Dante Farricella
 



Non c'è la folla del 2010, quando i migranti scelsero Bologna per la prima giornata "senza di noi", ma lo sguardo è decisamente sul futuro. Anche se non c'è il giallo (simbolo del cambiamento) con cui la rete Primo Marzo aveva invitato i partecipanti a scendere in piazza, mancano i lavoratori e l'organizzazione è risultata piuttosto "anarchica" rispetto alle aspettattive, sono i ragazzi delle scuole superiori a far sperare nel fatto che non ci sono legge Bossi-Fini e respingimenti che possano cambiare la realtà: la società meticcia che i più giovani sognano è già iniziata.

Erano 250, massimo 300 gli studenti medi che in mattinata hanno dato il via al terzo sciopero degli stranieri. Frequentano gli istituti cittadini. Le Aldini, il Fioravanti, il Serpieri, le Rosa Luxemburg, il liceo Sabin e il polo artistico. Bolognesi, rumeni, marocchini, senegalesi, pachistani, sfilano fianco a fianco e ballano al ritmo della musica hip hop. Sotto l’occhio attento delle forze dell’ordine, portano in corteo il loro slogan scritto con lettere colorate: “Contro ogni razzismo, per una società meticcia”. Come lo sono già le loro classi, formate al 50% da italiani e al 50% da stranieri
«perché così ci considerano, anche se siamo nati in Italia», come fotografa alla perfezione Eduard, origini romene e appena 14 anni.

Poi c’è  Zakaria Zrari, che dà la carica ai compagni dal megafono. Zakaria ha 17 anni ed è venuto sotto le Due Torri dall’Alsazia Lorena, in Francia, solo per manifestare
. «Sono arrivato a Bologna quando avevo 8 mesi e ci ho vissuto fino all’anno scorso. Dopo 15 anni, mio padre ha ottenuto la cittadinanza e con lui anche io – spiega – Ora sono in Francia perché papà ha perso il lavoro e ha scelto di trasferirsi. Ma mi sento italiano ed è qui che ho tutti i miei amici, che almeno oggi ho voluto rincontrare. Appena compio 18 anni girerò tutto il mondo, perché del mondo intero mi sento figlio»
Non ne sono consapevoli, ma sono già più avanti del paese in cui abitano, delle leggi, della Bossi-Fini contro cui urlano a squarciagola che
«allora siamo tutti clandestini». Bianchi, neri e gialli.

La rabbia, il doversi sempre sentire di troppo, l'energia.
La loro storia la raccontano con parole semplici. Con un italiano sicuro, che va subito al punto.
In piazza de l’Unità, da dove prende le mosse una giornata che si concluderà  solo in serata in piazza Maggiore, chiedono
«cittadinanza subito, perché se andiamo nella stessa scuola e parliamo la stessa lingua siamo tutti uguali».

Qui in Italia i figli dei migranti li chiamano di seconda generazione. 
Una definizione che non gradiscono. 
Mohamed Fnino, per tutti “Mummo”
, ha 16 anni ed è iscritto all’istituto professionale Aldini:
«I miei genitori sono del Marocco, ma io sono nato qua, mi sento italiano – dice, con un accento quasi emiliano – Eppure la legge Bossi-Fini mi tratta da ospite. Se non avrò 18 anni di residenza continua in Italia non mi daranno la cittadinanza e mi espelleranno. Se invece sarò più fortunato e potrò restare e continuare gli studi – prosegue – dovrò fare un permesso di soggiorno per motivi di studio e garantire un tot ore di lavoro, che però non mi  consentiranno nemmeno di pagare i libri dell’Università». “Mummo” fa anche parte di un gruppo musicale – le “Anime confuse” – e con la sua musica hip hop in serata si è esibito in piazza Maggiore. Nome del disco che la band si è autoprodotta: “On the move, generazione in movimento”.

«Vogliamo la cittadinanza per i nostri figli senza condizioni – gli fa eco Sené Bazir, senegalese da 20 anni a Bologna e voce storica del Coordinamento migranti di Bologna – Devono poter vivere a pieno la loro vita. Li chiamano di seconda generazione. Ma non sono secondi a nessuno». Proprio come gli altri studenti bolognesi che sfilano insieme a loro e con cui in aula siedono vicini, gomito a gomito. «Avere la cittadinanza secondo lo Ius soli dovrebbe significare che sei cittadino se sei nato qui – fa notare – non solo se rispondi a certi requisiti come si propone da più parti. Uno fra tutti: che i tuoi genitori siano regolari». Bazir fa l’operaio, ma i suoi contratti sono tutti precari. «Questo è il nostro giorno della negazione – spiega – Siamo qui per chiedere il ritiro di ogni tassa sul permesso di soggiorno. Troviamo incivile, ingiusto e indegno dover pagare 200 euro, come stabilito dal governo Berlusconi, per ogni rinnovo». «E troviamo vergognoso che l’Italia sia l’unico paese in cui sei straniero anche se nasci qui», chiosa poi.

Viene dal Senegal anche Babacar Ndiaye.
«Ho 48 anni e sono qui da 22 – racconta – Ho fatto mille lavori, alla Coop, in fabbrica, ma ora sono disoccupato. Ho un figlio di 14 anni che vive con me, mentre mia moglie è rimasta in Africa. Il nostro – ci tiene a rimarcare – non è uno sciopero etnico. Paghiamo la crisi proprio come gli altri lavoratori e siamo qui tutti insieme, bianchi, neri e gialli, per chiedere la stessa cosa: dire no allo sfruttamento e alla precarietà perché considerare i problemi dei migranti come una questione separata rende solamente tutti più deboli e raddoppia il razzismo istituzionale, che non è quello della Lega Nord, ma quello della burocrazia».

In marcia con gli studenti c'erano alcune giovani donne, anche se quelle che svolgono i lavori di cura (le cosiddette badanti) non ci saranno nemmeno nel pomeriggio: sono rinchiuse in casa dove, chi c’è, spera abbiano raccolto almeno l’invito ad indossare un indumento giallo in segno di adesione. Non c’è nemmeno Cécile Kyenge, la fondatrice del primo marzo degli stranieri e oggi referente nazionale della rete. Quest’anno Kyenge ha preferito essere a Vittoria in Sicilia. L'abbiamo, però, raggiunta al telefono.
«La Sicilia è la porta d’Europa: è qui, soprattutto a Lampedusa, che arrivano i tanti che scappano dalla Tunisia in cerca di una vita migliore». Kyenge ha 48 anni e vive a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, dal 1983. «Originaria della Repubblica del Congo sono venuta qui da sola perché l’Italia era l’unico posto dove mi era permesso di andare all’Università. Se fossi dovuta andare in Giappone, sarei andata lì per laurearmi». Ora è un medico ed esercita a Modena. «Ho lavorato giorno e notte per realizzare il mio sogno e oggi che faccio il medico per vivere ne ho un altro: dare ai migranti che hanno scelto questo paese il benessere che cercano».

Tra le donne dell’associazione Migranda, nata l’anno scorso proprio in occasione del primo marzo e che aveva portato in corteo delle sagome di legno per rappresentare
«le tante badanti chiuse in casa a lavorare», anche Milena Trajkouska. Viene dalla Macedonia e frequenta la specialistica alla facoltà di Giurisprudenza. Anche grazie alla sua mobilitazione, Adama Kebe, che era stata rinchiusa nel Cie di Bologna perché senza documenti dopo aver denunciato di essere stata violentata dal suo compagno, ha potuto iniziare una nuova vita. Milena non vuole parlare di sé, vuole dare voce a chi non c’è:  «Le donne sono discriminate due volte e sottoposte ad un doppio ricatto: la trafila per l’ottenimento dei documenti e le violenze che spesso subiscono in famiglia e in strada».

L’iniziativa, a cui ha aderito fra le tante sigle la Cgil che ha allestito un piccolo presidio in piazza Re Enzo, chiede anche la chiusura dei Cie.  All’appello “LasciateCIEntrare” che ha portato i giornalisti di nuovo all’interno dei centri di identificazione ed espulsione, il Coordinamento migranti affianca lo slogan “Lasciateci uscire”.
«Per noi non ci devono essere nemmeno i finanziamenti per i Cie – sottolinea una delle anime della Move Parade, Giorgio Grappi – i Cie vanno chiusi. No pure al permesso di soggiorno a punti che distingue fra immigrati qualificati (quelli che superano il test di italiano, conoscono la Costituzione e hanno un lavoro…, ndr) e immigrati clandestini da rinchiudere nei lager».

La giornata, prima di lasciar spazio al concerto hip hop - quello di “Mummo” - si è chiusa con il megafono aperto a pochi passi dalla fontana del Nettuno e nella stessa città, dove in serata si svolgeva un incontro fra il leader bolognese della Lega Nord Manes Bernardini e l’ex ministro dell’interno Roberto Maroni.
«Non siamo interessati a inseguire – commenta Sené Bazir – i fantasmi che non sono più al governo» ma a raccontare la nostra storia. Avventure tutte diverse, cominciate lontano, ma con una sola comune speranza a dispetto dei clichés che promuovono l’equazione “immigrazione uguale criminalità”: una vita migliore e, soprattutto, pari dignità in una città che hanno imparato ad amare e che sentono, nonostante tutto, ogni giorno un po’ più “casa”.


(Alessandra Testa)

domenica 12 febbraio 2012

Libere di Essere, Libere di Vivere

L'adolescenza porta con sé momenti difficili, di crescita, apprendimento, presa di decisioni, devi cominciare a pensare al futuro, ci sono però ragazze alle quali questo diritto viene negato, si ritrovano in circostanze dove le tradizioni delle loro famiglie e la loro cultura d'origine impone loro un altro destino, apparentemente sono come tutte le coetanee, frequentano la scuola, vestono i jeans, ma quando attraversano la soglia della porta di casa è tutta un'altra storia, per alcune la adolescenza implica essere pronte per il matrimonio, senza avere la possibilità di dire cosa ne pensano e se sono o meno d'accordo.

Affrontare un matrimonio senza potere scegliere con chi vuoi condividere la tua vita è una violenza, solo che molte delle ragazze che si trovano in questa situazione crescono pensando che vada bene così, da piccole è stato detto loro che è quello il loro futuro, che fa parte della vita di una donna, che cosi hanno fatto le loro mamme, le zie e le nonne, ma quando vedono come vivono le altre ragazze occidentali è uno shock culturale, quando si abituano a sentire parlare di egualianza tra uomini e donne fuori di casa e a scuola sentono parlare di diritti capiscono di poter vivere una vita diversa dove è possibile fare delle scelte; è uno scontro di valori, di culture.

Quando si parla di violenza di genere dobbiamo parlare delle ragazze che non tornano più a scuola dopo le vacanze estive perché rimandate a casa nei loro paesi d'origine per doversi sposare per forza, non per amore. Vedono sbriciolarsi i loro sogni senza protestare, alcune di loro si dichiarano contrarie a queste arbitrarietà, ma sono maltrattate dai fratelli e dai padri, qualcuna trova il coraggio di chiedere aiuto e riesce ad andare nei centri antiviolenza o in case protette, lontano da queste situazione di oppressione, ma altre com'è il caso di Sanaa, diciotto anni, figlia di immigrati marocchini, finiscono uccise dal padre. La sua unica colpa era volere essere libera di decidere come vivere la propria vita. Queste ragazze sanno cosa le aspetta se vanno contro corrente, quella è una delle cose che più colpisce, che una ragazza sappia che se non segue le usanze della sua famiglia possa andare incontro alla morte e comunque ci provi con tutte le sue forze.

Vengono punite per aver infranto l'onore della loro famiglia, ma di che onore parliamo in una cultura che continua a vedere le donne come oggetti? Abbiamo delle leggi che devono essere modificate per salvaguardare queste ragazze e dar loro la possibilità di vivere come persone, essere trattate come individui che capiscono che possono essere aiutate, che il fatto di vivere in una società "civile" dà la opportunità di avere un domani. C'è un Codice Universale dei Diritti Umani per tutelare anche le persone più vulnerabili, in questo caso le donne e il fatto che l'Italia aderisca a diverse convenzioni e patti internazionali la impegna a garantire la protezione di queste donne  come in una società dove si combate contro l'emarginazione femminile.

Viviamo in una società multiculturale, ma quando le tradizioni di determinate culture mettono a rischio l'equilibrio della nostra, andando in contro alle libertà individuali, è necessario ricordare quanti passi avanti abbiamo fatto nelle ultime decadi per l'emancipazione delle donne e dei loro diritti.


(Jhoana Ostos Tavera)

venerdì 9 dicembre 2011

Adama e i diritti degli Invisibili

Per la Costituzione italiana tutti i cittadini hanno parità sociale e sono uguali davanti alla legge ma cosa succede se queste persone sono arrivate illegalmente in questo paese e vivono in condizioni di clandestinità per non essere entrate in nessuna sanatoria e non avere avuto la fortuna di trovare un lavoro?
Diventano agli occhi della legge invisibili.

La loro quotidianità è quella di tante persone nella stessa situazione: fanno tutto “in nero”, cercano un lavoro o ce l’hanno già, pagano un affitto, fanno la spesa, mandano i figli a scuola perché almeno per adesso possono farlo, ma anche i loro figli non esistono legalmente, fanno soltanto parte delle statistiche dell’Istat.
I diritti delle donne, soprattutto quelle in condizioni irregolari, vengono calpestati anche della giustizia.

Questo è proprio quello che è successo ad Adama Kebe, senegalese, arrivata in Italia alcuni anni fa per scappare dalla disoccupazione del suo paese e per dare risposta al suo desiderio di trovare altrove un futuro dignitoso per i suoi figli. Dopo il suo arrivo ha trovato un lavoro, una casa, grazie all’aiuto di un uomo che inizialmente la aiutava diventando così anche suo compagno. La situazione si trasformò presto in uno sfruttamento perché lui pretendeva buona parte del suo stipendio. Successivamente cominciarono anche i maltrattamenti fisici e psicologici, sono stati quattro anni di sofferenza nei quali lui la minacciava di denunciarla e farla espellere dall’Italia per tornare in Senegal. Lui sapeva come farla tacere e sommetterla al suo potere.

Pensando di poter trovare aiuto nelle autorità italiane, Adama il 26 d’agosto 2011 ha trovato il coraggio di denunciare il suo ex compagno che la aveva stuprata, picchiata e ferita alla gola con un coltello; ma come succede molto spesso in Italia quando non si ha un permesso regolare di soggiorno, anche se i tuoi diritti sono stati calpestati, si è trovata sola davanti a un muro.
È stata inviata al centro di identificazione ed espulsione, il famigerato Cie.
Il 16 di settembre il suo avvocato ha chiesto di potere entrare con un medico ed un interprete per accertare le sue condizioni di salute e potere così raccogliere tutti gli elementi per fare la denuncia, ma fino al 25 di ottobre non è stato loro autorizzato l’ingresso al centro.

Hanno cominciato cosi a mobilitarsi in rete associazioni femminili, attivisti antirazzisti, giornalisti e avvocati per cercare di capire perché Adama non è stata mai ascoltata e perché non è arrivato l’aiuto da parte dei carabinieri che invece di segregarla nel Cie avrebbero potuto cercare un mediatore culturale, un medico ed aiutarla.

È questa l’Italia per i nostri figli? Un paese dove sei cittadino soltanto quando i tuoi documenti attestano che hai un permesso regolare di soggiorno e in tante occasioni neanche quello ti dà la garanzia di essere trattato come un essere umano? Se hai i documenti in regola e paghi le tasse sei uno straniero arrivato in Italia a togliere il lavoro agli italiani, se non sei regolare sei invisibile, se poi sei una donna sei ancora più vulnerabile.


Lo scorso 1 dicembre finalmente è finito questo incubo per Adama: è stata liberata e portata in una casa protetta grazie alla volontà di tutti quelli che si sono fatti avanti chiedendo una risposta alle continue violazioni dei suoi diritti. Infine, le è stato dato un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Questo può essere un piccolo passo nel cammino che dobbiamo cominciare a costruire per tutti gli stranieri che sono rinchiusi in centri come il Cie nel territorio italiano e in tutta Europa affinché, ogni giorno, si aprano più possibilità di giustizia per i migranti non regolari.

(Jhoana Ostos)

venerdì 21 ottobre 2011

La libertà ai tempi di guerra

La giornalista colombiana Jinet Bedoya, viceredattore della pagina di giustizia in uno dei giornali più importanti dalla Colombia "El Tiempo", dieci anni fa ha intrapreso una causa contro lo stato colombiano cercando di fare giustizia e chiarezza per i fatti che le sono successi il 25 di maggio del 2000, mentre si occupava dei problemi di ordine pubblico nelle carceri della città di Bogotà. Al momento dei fatti aveva 29 anni, si era laureata da qualche anno e da quando era una studentessa universitaria si occupava delle problematiche nelle carceri, il mondo nelle prigioni, "la morte in gabbia", la legge del silenzio che abita ogni angolo di essa.

Le carceri colombiane hanno visuto uno dei momenti più bui tra la fine degli anni 90' e l'inizio del 2000 per l'affolamento generando molte proteste che hanno lasciato più di 150 detenuti deceduti, 500 evasi e circa 35 scomparsi. I conflitti tra paramilitari e guerriglieri si sono spostati alle celle e con la corruzione il sistema carcerario si è indebolito ancora di più.

All'ingresso di uno dei penitenziari più affollati e pericolosi, dove erano detenuti delinquenti comuni, membri di gruppi paramilitari e guerriglieri delle Farc e l'Eln, la giornalista aveva una intervista con un capo paramilitare che le avrebbe fatto delle rivelazioni importanti ma non è riuscita ad attraversare l'ingresso del penintenziario, è stata avvicinata da alcuni uomini armati che l'hanno portata contra la sua volontà, la hanno drogata, torturata, violentata e rilasciata 16 ore dopo in una strada di una città vicino a Bogotà.

Uno dei fatti che fa pensare molto alla complicità delle guardie del penitenziario è che tutto si è svolto nelle ore della mattina, in una giornata come tante altre che però lasciò un segno nel giornalismo colombiano.

Purtroppo dire quello che si pensa in un paese come la Colombia in guerra dalla fine degli anni 60' contro i gruppi guerriglieri, narcotrafficanti e anche i gruppi paramilitari ancora rappresenta un rischio, la Fondazione per la Libertà di  stampa Colombiana rivela che nelle ultime quattro decadi sono 136 i giornalisti assassinati nelle mani di sicari al servizio del narcotraffico, guerriglieri e paramilitari. Non possiamo parlare di libertà di espressione, si muore nel tentativo di comunicare agli altri quello che è successo, di raccontare i denunciare i fatti accaduti, quello che in alcuni paesi è un diritto inalienabile in posti come la Colombia è una professione ad alto rischio.

Da allora la giornalista Jinet Bedoya ha pubblicato diversi libri dove racconta il mondo nelle carceri colombiane e nel 2010 ha accompagnato la ONG Oxfam per promuovere in Europa la campagna "Saquen mi cuerpo della guerra", Togliete il mio corpo della guerra, per parlare della strumentalizzazione della violenzia sessuale come arma di guerra in Colombia.

(Jhoana Ostos)

giovedì 29 settembre 2011

Il Centro per la salute delle donne straniere e dei loro bambini

In questi vent'anni lo sguardo verso le donne migranti è molto cambiato perchè si è cominciato a capire che è tanto quello che trovano ma anche quello che lasciano quando arrivano in Italia, allora si crea in loro la necessità di non perdersi, di non lasciare la loro cultura per un'altra.

La giornata del 21 settembre 2011 a Bologna si sono dati appuntamento nella sede dell' hotel Aemilia sala Archiginnasio operatrici sanitarie, medici, mediatrici interculturali, associazioni e istituzioni per festeggiare i 20 anni del Centro per la salute delle donne straniere e dei loro bambini, un traguardo compiuto con molte fatiche ma anche tante sodisfazioni dato che è uno dei primi nel paese. Un posto dove le donne straniere arrivano per farsi curare il corpo ma non solo, anche la mente e l'anima perchè le problematiche che si generano con l'arrivo in Italia, sia per un ricongiungimento familiare sia per lavoro ed altro per una donna di una diversa nazionalità e soprattutto una cultura tante volte dissimile all'italiana sono quelle che si sviluppano dal profondo dal cuore. Per l'assesore alle politiche sociali, volontariato, associazionismo e partecipazione del Comune di Bologna Amelia Frascaroli "il Centro ha saputo mettere insieme storie, è stato capace di pratticare un sperienza dove si è applicata letteralmente la costituzione".

Il percorso è cominciato negli anni '90, in un momento nel quale lavorare in questo ambito aveva un significato molto forte, di apprendimento dalle due parti, dove le donne straniere hanno insegnato ai medici ed operatrici sanitarie a fare sanità in modo diverso e allo stesso tempo hanno capito che c'era un posto dove potere uscire dalla solitudine, dove portare i bambini alle visite per la crescita o lo sviluppo e che era anche un momento di sfogo.
Per alcune donne le giornate si svolgono in gran parte a casa da sole o con i bambini piccoli da gestire, in tante occasioni non conoscono la lingua italiana e questo crea un senso di malessere. Le mediatrici interculturali aiutano queste donne a rompere le barriere e a capire che sono parte attiva di questa società e hanno il diritto di far crescere i figli con serenità.

Il Centro è gestito dalla dottoressa Maria Giovanna Caccialupi e da una équipe  composta da professioniste donne: addette alla accoglienza, ostetriche, pediatre, ginecologhe, mediche di base e mediche di base e mediatrici interculturali; assicura il ruolo della mediazione interculturale per facilitare l'incontro di famiglie straniere e operatori sanitari e dà ai genitori gli strumenti per agire, garantisce la riservatezza. Un fattore importante è che si  valuta ogni bambino con la sua famiglia esaminando le diverse problematiche, condizioni culturali e sociali; è un osservatorio privilegiato per comprendere come vivono i bambini e le donne migranti, lo scopo è l'accoglienza a donne e bambini mediante il miglioramento delle politiche professionali e un modello organizzativo specifico.

Nel momento dell'apertura il centro era frequentato in gran parte da donne provenienti dalla Cina e dal Marocco. Negli ultimi anni invece i primi cinque paesi di provenienza sono stati: Moldavia, Romania, Marroco, Filippine e Cina. Da gennaio a luglio di quest'anno ci sono 125 nuove utente.

Il Centro rappresenta anche un punto di riferimento per gli ospedali dato che garantisce un ruolo di mediazione, rispetta i diritti di tutti alla salute ed è una risposta immediata ai problemi. 

Quando una donna si reca al Centro la prima cosa che si fa è un coloquio con domande generali, dipende dall'intervento necessario. Posteriormente si fissa una visita specialistica, in quel momento si parla già dello specifico, è lì molte volte che si riesce a capire se c'è qualche problematica di fondo non molto esplicita. Di solito quando si vede continuamente una paziente senza nessun motivo apparente c'è qualcosa che non va e l'operatore deve intuire quali sono gli indicatori. Secondo la dottoressa Grazia Lesi "quando si parla di violenza di genere le donne non parlano, parlano col corpo, l'operatore deve intuire quali sono gli indicatori, per esempio quando non si fanno visitare in gravidanza".

Dottoresse e operatrici del Centro si sono fatte participi raccontando esperienze e impressioni: "Per noi un bambino sodisfatto rafforza il suo senso di sicurezza", "a volte cambiare prospettiva, non vedere solo quelo che ci unisce ma anche quello che ci separa", raccontare donna dà coerenza e significato alla esperienza", "l'impegno e la collaborazione sono importanti per superare le difficoltà".

In questi ultimi 10 anni sono passate più di 25.000 persone. Il Centro per le madri che provengono da altri paesi è un patrimonio di sapere e cultura, c'è una coscienza condivisa anche nei momenti più difficili per gli stranieri, qualche anno fa quando in alcune regioni si pretendeva che i medici denunciassero le persone senza documenti, sulla porta d'ingresso c'era un cartello con la scritta "Qui non si denuncia".
Sono situazioni come questa che fanno la differenza.


(Jhoana Ostos)

venerdì 23 settembre 2011

Incertezze e realtà

Spiaggia di Peschici, otto di mattina, per Usman e Falù è una giornata normale di estate da trascorrere in spiaggia, Usman ha un anno, si sta appena svegliando, non ha bisogno di niente in questo momento, è sulla schiena della mamma com'è abitudine portare i bambini piccoli africani. Per madre e figlio è un legame importante che dà al bimbo sicurezza e alla mamma la certezza che il piccolo sta bene mentre lei lavora.

Suo fratello Falù ha cinque anni e beve un po’ di caffè latte. Oggi porta la sua maglietta fortunata dell’Inter con il numero del suo giocatore favorito, il 9 di Eto’o. Aiuta un po’ i suoi genitori a sistemare collanine, anellini e braccialetti sulla bancarella dove sua madre, una bella e alta ragazza senegalese, abito molto lungo e colorato, dividerà la sua giornata nel vendere gli oggetti esposti e anche nella elaborazione delle treccine tanto gradite alle ragazze e ragazzine in spiaggia. Per le turiste forse sono soltanto una moda… per le donne africane fa parte della loro cultura di origine. Da sempre, a prescindere dalla nazione di origine, le trecce sono un modo di comunicare. Nell’epoca della schiavitù le trecce servivano tracciare i sentieri per poter scappare, erano usate come una forma di libertà.
 
I fratelli più grandi di venti, diciassette e quindici anni mettono a posto il carretto con vestiti, parei e costumi “tutto a 3 euro”. Un po’ più distante sulla sabbia stendono un telo di plastica 3x2 sul quale espongono le borse contraffatte Dolce&Gabbana, Prada, Louis Vuitton. Il lavoro nelle ore più calde della giornata li costringe ad andare sotto ai tre ombrelloni piantati alla mattina, a volte fanno anche il bagno ma solo i piccoli e i ragazzi, mai i genitori.   

Sono arrivati in Puglia sette anni fa dal Senegal. Come capita spesso in diversi paesi del continente africano, molte comunità dai villaggi più poveri cominciano le migrazioni in questo caso verso Nord cercando lavoro. Quando si appartiene a paesi poco sviluppati e avendo alcuni risparmi da parte, si cerca di andare verso l’Occidente, nei paesi come l’Italia che ancora rappresenta "un’altra vita" e un “futuro” per i figli.

Inizialmente la famiglia era composta da tre figli, poi in Italia sono nati i due più piccoli, per loro forse le cose possono andare diversamente.

Vivono in un piccolo paesino del Gargano e da quando iniziano ad arrivare i turisti sulle spiagge, verso marzo o aprile cominciano a girare, fanno un mese in una spiaggia e poi vanno in un’altra. Uno dei vantaggi del Sud e che ancora sulle spiagge possono svolgere tranquillamente il loro lavoro, da quelle parti ancora non sono arrivate le multe per venditori e turisti. La mattina presto fanno la scalinata che dal centro dal paese porta alla spiaggia e nel tardo pomeriggio tornano su per riportare la merce.

I ragazzi parlano con i turisti, sono più aperti, scherzano tra di loro, i genitori invece sono molto riservati, il padre in particolare, sarà sui 50 anni e il suo viso ormai trasmette un po’ di tristezza, è cupo e cammina a piccoli passi, lentamente, forse la stanchezza di una vita di solo lotte. I due bimbi Usman e Falù ancora non capiscono molto della loro vita, sono tranquilli perche le loro giornate le trascorrono in spiaggia con la famiglia, non manca loro niente,  Falù gioca a calcio con gli altri bambini, fa il bagno, va in acqua e scherza con i suoi amici, è contento di cominciare la scuola, e Usman, con i suoi piccoli passi percorre la spiaggia libera saltando da ombrellone a ombrellone, ha due begli occhi neri e profondi, dice "ciao" e "grazie" e con la sua voglia di scoprire il mondo trasmette molta tenerezza, è molto sveglio.

Per adesso sono fortunati a vivere in modo naturale la loro infanzia, crescendo impareranno anche a lavorare, a cavarsela come i fratelli, è probabile che con un po’ di fortuna e la possibilità di andare a scuola, le cose per loro diventeranno migliori.   

(Jhoana Ostos)