venerdì 31 maggio 2013

Donne : Forza e Coraggio

Per tante donne cercare di farsi una nuova vita lontane dalla povertà o dalla guerra nei loro paesi d'origine vuol dire anche lasciare i figli con nonni o zii, portando con sé soltanto una fotografia e forse anche un peluche che stringono di sera a occhi chiusi cercando il loro odore di pappe e camomilla. Che cosa struggente lasciare un figlio nel paese d'origine per cercare qui in "occidente" un futuro; molte di loro sono laureate, alcune con un lavoro e una vita normale ma in alcuni paesi, da quello chiamato "il terzo mondo", la pericolosità di molte città e i conflitti armati da alcune decadi spingono molte donne a cercare altrove un posto diverso dove crescere i figli; se non puoi uscire tranquillamente per andare a scuola o al parco e vivi con l'incertezza ogni giorno è molto dura.

Al tuo arrivo, la cosa più importante è trovare un lavoro anche se a mala pena si sa dire "ciao", "buon giorno" e istintivamente rispondi di sì a tutto e dopo due minuti ti trovi in difficoltà perché vuoi imparare in fretta e dimostrare quanto sei capace di svolgere il lavoro richiesto. Tutti i giorni pero hai gli stessi pensieri, i figli lasciati a casa: cosa farà adesso, sarà a casa, all'asilo, a scuola, forse in giro con gli amici; telefoni e senti la sua voce, sembra cosi vicino e invece è a kilometri e kilometri di distanza...e cosi passano i giorni, i mesi e a volte gli anni, ci sono donne che da parecchi anni non vanno a casa a trovare i figli perché preferiscono inviare la maggior parte dei soldi guadagnati per i loro bisogni.

Si convive sempre con nostalgia di casa e quando sei lontana dalla tua famiglia è tanta. Il lavoro dà stabilità economica ma pensi continuamente a quello che a casa tua hai lasciato. 

Cambia todo cambia                                          Cambia tutto cambia
cambia todo cambia                                           cambia tutto cambia
Pero no cambia mi amor                                   Ma non cambia il mio amore
por mas lejos que me encuentre                         per quanto lontano mi trovi
ni el recuerdo ni el dolor                                   né il ricordo né il dolore
de mi pueblo y de mi gente,                               della mia terra e della mia gente
lo que cambiò ayer                                            e ciò ch'è cambiato ieri
tendrà que cambiar manana                             di nuovo cambierà domani
asì como cambio yo                                           così come cambio io
en esta tierra lejana.                                          in questa terra lontana.

                                                                   (Mercedes Sossa - Todo Cambia)

(Jhoana Ostos Tavera)

La ragazza dell'Est


Una storia incredibile.
Ma, mostruosamente, vera.

Anno 2010. La ragazza era russa. Minorenne. Si prostituiva.
Era arrivata a Bologna con un giro di sfruttatori, senza sapere, diceva lei, cosa l’aspettasse. Vero o no, a un certo punto era approdata ad una  associazione per imparare un poco d’italiano. Lì, aveva conosciuto un gruppo di donne “normali”, con un lavoro per bene – da badante ad avvocatessa, addirittura – e figli, a volte, o genitori da rendere orgogliosi, o un progetto di vita, o un amore….
Avevano tutte le età, e tutte le esperienze, e provenivano da tutti i paesi del mondo: e lei, un po’ di amicizia l’aveva fatta.
Al punto che, per farla uscire dal “giro”, l’avevano coinvolta in un progetto dei servizi sociali per i minori non accompagnati. Ospitata in casa-famiglia, guardata a vista, supportata.
Aveva fatto un corso di formazione, aveva preso un attestato. Una piccola riqualificazione, una scommessa vinta con se stessa.

Poi, è diventata maggiorenne.

Espulsa dalla casa per minori. Ebbene sì, RIMESSA IN STRADA.

“E’ maggiorenne”, dicevano le assistenti sociali, “Non è più affar nostro”. Con l’immancabile: “Non possiamo farci niente”…..

La ragazza è sparita. Non sappiamo più nulla di lei.

Perse, anche noi, nel vortice delle emergenze, dei bambini, dei disoccupati, dei malati. L’abbiamo lasciata scivolare via dalle nostre giornate. E, prese dalla precarietà del nostro stesso lavoro, delle esigenze dei nostri figli, dei nostri anziani, abbiamo dovuto – voluto? – guardare altrove. Per incuria, sfinimento, esasperazione. Facendo del nostro meglio, che non è mai abbastanza.

Come dicevo: la ragazza è sparita. Oggi, non sappiamo più nulla di lei.

(Alessandra Lazzari)

lunedì 6 maggio 2013

Femminicidio: ma quale task force, ripartiamo dalle donne

La premessa è questa: sono sempre stata contraria alle quote rosa. In politica soprattutto.
Uno, perché le donne non sono dei panda. Due, perché va votato chi vale, indipendentemente dal suo genere. 

Detto questo, guardo con ottimismo alle tante donne, per la prima volta così numerose, del governo appena insediatosi.

Ci sarà tempo per valutare il loro operato, ma spiace constatare che tra le prime dichiarazioni di intenti ci sia il classico annuncio vuoto. Che definirei da uomini, se volessi forzare la mano e cadere nel campo delle generalizzazioni.
Una task force contro il femminicidio.
Leggetela ad alta voce: UNA TASK FORCE CONTRO IL FEMMINICIDIO.
Ma che significa?
Anche a voler sorvolare sul fatto che l'espressione è mutuata dal linguaggio militare, come funzionerebbe questa unità di pronto intervento contro la violenza sulle donne?
Qualcuno lo ha spiegato? E, soprattutto, qualche giornalista ha avuto la cortesia di chiederlo?

No, perché l'Italia è piena di cosiddette task force. La task force contro l'evasione fiscale (e, a parte qualche roboante intervento a sorpresa a Cortina, poco è cambiato), la task force contro gli affitti in nero (sono scomparsi?), la task force contro l'inquinamento, la task force contro la droga, la task force contro il degrado e, la più bella di tutte, la task force contro la disoccupazione annunciata sempre dal governo di Enrico Letta.

Ma entriamo meglio nel merito della dichiarazione di intenti del ministro per le pari opportunità, Josefa Idem: serve una legge unitaria sulla violenza sulle donne, attuare campagne di informazione e sensibilizzazione, migliorare l'applicazione delle norme esistenti. E, prima di tutto, conoscere il fenomeno muovendosi in maniera trasversale con il ministero degli interni e della giustizia.

Benissimo. Ma in concreto cosa intende fare, il governo, andare casa per casa a stanare il mostro? O istituirà (è una domanda retorica, perché lo istituirà) l'ennesimo osservatorio che farà l'ennesima conta delle vittime? Che, non lo dimentichiamo, non sarà mai precisa perché non può che fondarsi sulle denunce di un fenomeno che aumenta perché gioca sul sommerso.

Insomma, perché non la smettiamo di riempirci la bocca di parole, parole, parole?
La coscienza, non sarebbe meglio pulirsela con un po' di sano silenzio e rispetto per le vittime? Magari accettando che su certi fenomeni, senza un'educazione che parta dalla culla, siamo completamente disarmati? Così come lo è chi non può fare altro che intervenire a posteriori, tamponando a medicare la ferita, nella migliore delle ipotesi, piangendo su una lapide nella peggiore?


Finché il genere umano non verrà completamente resettato, continueranno ad esserci uomini che si sentiranno autorizzati a trattare le loro donne come oggetti o, se va bene, come cameriere. E ancora poliziotti e carabinieri che sottovaluteranno le denunce sporte, avventori di bar che commenteranno con il solito "chissà com'era vestita" e, addirittura, genitori che minimizzeranno i racconti delle figlie. 

La verità, anche se non vi piacerà, però, è una sola. 
Questi uomini violenti non sono figli di due uomini. Di due xy. Ma di un uomo e una donna.
Una donna, che li ha portati in grembo nove mesi.

Noi donne, invece di indignarci e basta, perché non ci facciamo anche un bell'esame di coscienza?
Come li abbiamo educati i nostri figli? A essere serviti e riveriti? E, prima, come ci siamo approcciate ai nostri uomini? E ancora: quanti complimenti, anche al limite della volgarità, ci hanno compiaciute?


Il tema è tutto culturale, e non riguarda solo gli uomini. Perché l'educazione, spiace farlo notare, è per la stragrande maggioranza impartita dalle donne. Prima a casa, poi a scuola.

Sarò esagerata, ma una madre che non insegna al figlio ad avere rispetto prima di tutto per chi da quando è nato lo ha accudito, ebbene, siamo sicure che lo stia proteggendo e aiutandolo a diventare un uomo autonomo? E se invece si stesse traformando prima nella sua ancella e poi, alla lunga, nella sua cattiva maestra? Condannando di fatto chi verrà dopo di lei a convivere con un uomo che, nella propria compagna, continuerà a cercare quella serva che lo ha cresciuto?

Meditiamo, noi donne, soprattutto. Perché le leggi già ci sono. Saranno anche perfettibili, ma uccidere è già un reato, così come lo sono i vari sottoinsiemi di violenza.
Non è che elevare la violenza sulle donne a reato specifico le renderà più forti. Al contrario, potrebbe rischiare di renderle ancora più deboli e indifese agli occhi dei loro carnefici.

Lavoriamo sulle donne, non sugli uomini.
Rendiamole più forti, più indipendenti, più lungimiranti e, soprattutto (perché è sempre una questione di amore), più amorevoli.

(Alessandra Testa)


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martedì 30 aprile 2013

Violenza sulle donne, l’Italia entra ufficialmente nel tavolo internazionale "V-Day"

“Non si tratta d’inventare ma di ricordare. Sepolta sotto le foglie di traumi e  sofferenze.
Sotto il fiume di sperma e squallore. Vagine e labbra.
Strappate ed estratte. Rubate. Miniere di corpi. Corpi scavati.
Adesso non si tratta di chiedere o di aspettare. Si tratta di insorgere”. 
‘Rising’, Eve Ensler
  «Abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici  e dal pubblico del ‘V-Day’, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine».

Così Eve Ensler scrittrice e performer americana, autrice de "I monologhi della vagina", descrive gli esordi e le tappe successive del ‘V-Day’,movimento internazionale per la mobilitazione, il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, da lei stessa fondato oltre 15 anni fa.

Attraverso il ‘V-Day’, migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco – da quelli di provincia a quelli dei maggiori teatri di tutto il mondo – e hanno messo in scena  "I monologhi della vagina", contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione internazionale e alla raccolta fondi per le organizzazioni e i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l'incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale.

Il ‘V-Day’ è stato definito: «Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali».
Ad oggi l’Associazione ‘V-Day’ allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

Da quest’anno anche l’’Italia è entrata ufficialmente a far parte del tavolo internazionale per l’organizzazione della campagna mondiale contro la violenza sulle donne.
Sono Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato ‘V-Day’ di Modena, insieme alla portavoce italiana di Eve Ensler Nicoletta Billi, le coordinatrici del ‘V-Day“ 2014 – Italia, nominate nel corso dell’ultimo meeting programmatico che si è svolto il 3 e 4 aprile a New York, al quale le tre italiane hanno partecipato in rappresentanza del nostro Paese.

Ha contribuito al raggiungimento di questo importante passo per l’Italia, il successo ottenuto da ‘One Billion Rising’, la campagna di mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del ‘V-Day’, svoltasi lo scorso 14 febbraio e coordinata a livello nazionale dalla Corradini e dalla Montorsi, che ha portato in duecento città italiane oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni.

La riuscita di questa iniziativa parte da una esperienza nata dal basso a Modena (promossa da associazioni femminili, gruppi di donne e singole) dove lo spettacolo dei monologhi va avanti da ben 7 anni, unico esempio in Italia, coinvolgendo sempre più persone e città (ad oggi 23): prima Parma e Reggio Emilia, poi città come Brescia, Taranto e Napoli che non avevano mai portato in scena il ‘V-Day’.

La testimonianza di questo impegno ha colpito le fondatrici dell’importante organizzazione statunitense.

«La nostra presenza a New York – ha detto la Corradini - è stata accolta con molto entusiasmo dalla stessa Eve Ensler e dai suoi collaboratori e collaboratrici. L’enorme partecipazione che abbiamo riscontrato a febbraio nelle piazze italiane, ha sorpreso e stupito tutti».

La riunione operativa di New York ha visto la presenza di 22 partecipanti, oltre alle fondatrici del movimento tra cui Eve Ensler, in rappresentanza dei diversi territori dove la campagna ha luogo: Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia.

L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di ‘One Billion Rising’ e ‘V-Day’, molte delle quali hanno visto l’attivo sostegno delle Istituzioni con la formalizzazione di impegni concreti contro la violenza alle donne come è avvenuto per la città di Los Angeles, e per individuare i temi della prossima iniziativa globale che sarà incentrata sulle questioni legislative.

«Il riconoscimento che arriva dagli Stati Uniti – conclude Nicoletta Corradini -. ci ha datogrande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il ‘V-Day’ sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti.
La prossima campagna 2014 sarà incentrata sul tema della giustizia. Anche in Italia il ‘V-Day’ si farà parte attiva, chiedendo alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza.

Tutti i parlamentari, uomini e donne, saranno quindi chiamati ad uno sforzo congiunto, un impegno trasversale all’interno delle diverse forze politiche, per vincere finalmente questa lotta di civiltà, che da anni mobilita il nostro Paese, e arrivare al pronunciamento di una legge sulla violenza contro le donne».

 ‘I monologhi della vagina’ 


Il testo teatrale è la raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York.

Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato
considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

(Daniela Ricci)

Altre informazioni


http://obritalia.livejournal.com/
http://onebillionrising.org/

https://www.facebook.com/groups/onebillionitalia/

lunedì 29 aprile 2013

Cécile Kyenge, le battaglie per lo ius soli e l'abolizione dei Cie entrano a Palazzo Chigi

Cittadina italiana nata nella Repubbica democratica del Congo, Cécile Kyenge Kashetu è il nuovo ministro dell'integrazione e della cooperazione internazionale. Il colore della sua pelle ha fatto saltare da sopra la sedia gli esponenti della Lega Nord, ma tant'è: residente a Castelfranco Emilia in quel di Modena, è abituata da oltre vent'anni a dribblare i pregiudizi. Da quel "negretta" con cui un commerciante xenofobo la cacciò dal proprio negozio alle più recenti minacce ricevute su Facebook.

Col suo sorriso fiero, Cécile non ha mai dato troppa importanza alle reazioni di chi ha paura della diversità ed è sempre andata dritta per la sua strada.
La laurea in medicina, specializzazione oculistica, poi l'attività politica prima nei Ds e ora nel Pd, che in Emilia Romagna le ha affidato il ruolo di responsabile regionale delle politiche dell'immigrazione.

I più attenti se la ricorderanno in prima linea, seppur mai sotto i riflettori. In corteo, nelle piazze, nelle stanze meno al sole della politica. Negli ultimi tempi per "gridare" che chi nasce in Italia da genitori stranieri è, e deve essere considerato, italiano. Ma prima ancora - era il primo marzo 2010 - tra le anime del primo sciopero dei lavoratori stranieri. Quella "giornata senza di noi"  che rammenta che se non ci fossero "loro" - come li chiama qualcuno avendo come alibi la legge Bossi-Fini - interi comparti economici si fermerebbero. L'edilizia e il lavoro di cura, per esempio, a dimostrazione che, se lo si vuole, l'integrazione non solo è possibile ma è spesso già realtà.

E poi Cécile era lì, in tutti quei luoghi dimenticati dai media cosiddetti ufficiali. Le associazioni di donne, dove italiane e migranti si confrontano da anni, gli incontri dove si cercano le strade giuste per dare concretezza alla parola intercultura e in quei lager moderni chiamati Cie, dove vengono trattenuti i migranti sottoposti a provvedimenti di espulsione o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile ma in cui basta non avere un documento di identità e avere la pelle o l'accento del colore sbagliato per finire reclusi a tempo indeterminato. Una "barbarie" istituita nel 1998 (prima erano i Cpt) dalla legge Turco-Napolitano che oggi anche la stampa di tutta Italia ha potuto toccare con mano grazie alla campagna "Lasciateci Entrare" di cui Cécile è fra le promotrici. I giornalisti, Cécile, li ha accompagnati nei centri di identificazione ed espulsione di tutta Italia ed ha manifestato davanti ai cancelli più volte per gridare che la clandestinità non è un reato. I reati sono altri e, come tali, vanno perseguiti indipendentemente da chi li commette.

Cécile Kyenge Kashetu ora che il neo premier Enrico Letta l'ha voluta a Palazzo Chigi la conoscono tutti. Ma sono soprattutto i "senza voce" a tifare per lei. I tanti giovani, che sono nati qui e qui studiano, stringono amicizie  e si innamorano ma che devono attendere il compimento dei 18 anni per diventare a tutti gli effetti italiani. E soprattutto i loro genitori, padri e madri che dal loro arrivo in questo paese combattono con la burocrazia. Per il rinnovo dei permessi di soggiorno, per l'ottenimento della cittadinanza e, dunque, per il riconoscimento del diritto di voto. Uomini e donne che sperano che per i loro figli il futuro sarà più facile. E poi i più sfortunati, quelli fuggiti dal loro paese e che qui cercano una nuova vita lontani da guerre ed oppressione. E che continuano ad essere confusi con chi delinque anche quando si comportano secondo le regole dello stato che li accoglie.

La nomina di Cécile è sicuramente l'unico vero cambiamento portato da questo nuovo governo che, si condividano o meno le larghe intese, sa però ancora troppo di stantio.
Già la sua candidatura da parte del Pd è stata una sorpresa, speriamo ora che questa nomina sia davvero un passo avanti e non l'ennesima operazione di marketing di un centrosinistra allo sbando che suole confondere il politicaly correct e il dover essere con il giusto e l'essere.

Cécile e tutti quelli che ce l'hanno sempre messa tutta non se lo meritano.

(Alessandra Testa)


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domenica 28 aprile 2013

Dominazione e potere in controsenso alla dignità

Annichilamento e distruzione lentamente stanno riducendo i territori dei più antichi abitanti delle nostre terre sudamericane: i nostri indigeni, il “fratello minore” (come loro chiamano l’uomo bianco) non si ferma nella sua corsa per sfruttare la ricchezza che emana dalle loro terre: ci sono risorse energetiche, minerali ed ambientali che in certi casi fanno parte di quello che nel 1890 il governo colombiano ha definito come “territori indigeni protetti”: proprietà collettiva con giurisdizione propria, per questo motivo sono costantemente minacciati.

La popolazione indigena in Colombia rappresenta il 2,74%, sono circa 1.378.884 abitanti, il 49,6% sono donne e il 50,4% sono uomini, abitano in 30 delle 32 regioni di tutto il paese, lo stato colombiano ne riconosce solo 86 popoli dei 102 dichiarati dalla ONIC Organizzazione Nazionale Indigena Colombiana, sono 642 riserve indigene, sessantasei lingue ed altrettante in pericolo di estinzione. Questi popoli sono un patrimonio storico, per loro la terra è la madre, dove ha origine la vita e da quella dipende la loro esistenza. Il conflitto armato che vive la Colombia ha portato con sé la militarizzazione di quasi la totalità dei loro territori. " La violenza sessuale contra le donne indigene è in continuo aumento: costituisce una strategia di guerra orientato a umiliare il nemico distruggendo la loro dignità, le incursioni nelle loro terre da parte di gruppi armati scatena stupri, prostituzione, schiavitù sessuale ed esecuzion"i.

Poche volte si aprono inchieste per cercare di punire i colpevoli e alla fine sono le stesse donne ad essere incolpate, ancora oggi l’impunità ha la meglio. Queste aggressioni da parte dei diversi protagonisti del conflitto armato non sono denunciate oppure sono dichiarate solo all’interno delle comunità indigene, essere vittima di queste violenze causa molte volte l’isolamento da parte della comunità non solo per le donne ma anche per le loro famiglie, è violentare anche l’onore dei parenti delle donne.

La Corte Costituzionale colombiana nel 2008 chiedeva al Fiscale Generale della nazione di adottare delle misure al fine di accelerare le investigazioni delle denuncie fatte per le diverse comunità indigene dato che fino a quel momento la Commissione Interamericana di Diritti Umani aveva costatato la poca attenzione da parte della giustizia ordinaria. C’è una costante: la discriminazione contra le donne indigene.  Donne indigene o no sono cittadine, individui e queste distinzioni da parte delle autorità fanno sì che aumenti ancora di più la violenza di genere.

La ONIC Organizzazione Nazionale Indigena Colombiana è un progetto politico e organizzativo di carattere nazionale che costituisce una scommessa dei popoli indigeni colombiani per la difesa e protezione dei loro diritti collettivi e culturali nei principi del movimento indigena: unità, terra, cultura e autonomia. Nel mese di maggio 2012 la ONIC ha intrapreso diverse iniziative con un emblema: “el cuerpo de las mujeres no es botìn de guerra” (il corpo delle donne non è bottino di guerra), in uno dei loro informi ci sono delle testimonianze reali che superano il peggiore degli incubi.

La violenza contra le donne indigene è diventata abituale, estesa, sistematica ed invisibile nel contesto del conflitto colombiano.

Le donne indigene colombiane appartenente alla ONIC e le diverse organizzazioni per la difesa dei Diritti Umani presso la ONU chiedono un governo in grado di rispettare l’autonomia dei diversi popoli che possa anche garantire una giustizia con uno sguardo etnico e di genere per riuscire a creare programmi mirati all’implementazione di politiche di formazione, educazione e sostegno psicologico, dal contesto culturale a quello spirituale per la creazione di strategie comunitarie antiviolenza.

(Jhoana Ostos Tavera)

venerdì 12 aprile 2013

Libere di cantare, libere di vivere

"Nel momento nel quale smettiamo di sognare finisce tutto... io voglio continuare a sognare, la musica mi ha dato la possibilità di capire che ci sono cose che la guerra non ti può togliere..." ed è proprio grazie a quella che Daira Quinonez cominciò ad esorcizzare i suoi fantasmi, a costruire a partire della desolazione che la violenza aveva seminato nel suo paese. A Tumaco, i suoi abitanti sono nella grande maggioranza afro-colombiani e anche indigeni, situata al sud-est della Colombia ed affiancata ad ovest da l'oceano Pacifico è una regione che da metà degli anni 90' il fenomeno dei desplazados ha lasciato soltanto devastazione, nel 2009 la Commissione di Monitoraggio sulle Politiche Pubbliche sui desplazados "Comisiòn de Seguimiento a La Polìtica Pùblica sobre Desplazamiento Forzado" ha stabilito che il 52,4% della popolazione dei desplazados di tutto il paese sono donne, madri con i loro figli che devono abbandonare le loro terre, il lavoro e i loro averi per salvare le proprie vite e quella delle loro famiglie, in tanti casi dovendo assumere il ruolo di capi famiglia e badando anche ad altri che sono rimasti orfani e senza protezione.

In un paese come la Colombia in guerra nelle campagne da più di cinquant'anni ogni giorno arrivano nella capitale persone da tutto il paese, persone come Daira, famiglie intere che cercano di trovare un posto dove riprendirsi un futuro e la dignità che li è stata tolta. Dopo avere avuto un pò di terra da coltivare, un lavoro, una scuola dove mandare i loro figli, una storia di vita fatta di generazioni nate e cresciute nello steso posto, molti ricordi e tradizioni di tramandare, la lotta per il dominio dei coltivi illeciti lascia soltanto dolore e un grande senso di sconfitta. Alla fine della sofferenza, dello sconforto e la consapevolezzadi quello che hai perso e non riavrai molte desplazadas come Daira hanno asciugato le loro lacrime trovando il coraggio di ricominciare per le loro famiglie, i figli e soprattutto per chi non c'è l'ha fatta, perchè non ci siano più morti e le comunità afro-colombiane, indigene e di tutte le razze possano vivere con tranquillità nei loro territori, senza paure; nasce cosi la Fondazione di Donne  desplazadas dal Pacifico, "Fundaciòn de Mujeres desplazadas del Pacìfico", un centro di ritrovo di donne da questa regione della Colombia, un progetto produttivo che favorirà più di centro famiglie Afro di Bogotà. Il progetto ha trovato alcuni finanziatori e sarà un centro di ritrovo nella Candelaria, quartiere storico di Bogotà, ispirato in un villaggio ecologico "ecoaldea" dove ci saranno alcuni orti coltivati dalle donne, i pavimenti in "chonta" un tipo di palma Centroamericana e terrazze verdi in modo di riutilizzare le risorse che offre il clima della città. Per adesso il progetto è approvato, i disegni e anche i macchinari per la costruzione di materie prime da elaborare con la pelle dei pesci, in questo modo si potrà anche fortificare una rete di tessuto sociale a Bogotà e nella Costa Pacifica, da dove loro provengono.

Il contributo più inestimabile per cominciare a consolidare questo progetto è stato proprio quello della gente comune, persone che credono che una società come la nostra possa essere sempre diversa, in Colombia ormai da diverse decade si vive nella violenza ma è anche vero che l'indifferenza contribuisce soltanto ad aumentarla, per questo che Daira ed altre donne del pacifico organizzano ogni tanto delle feste come "La Fiesta del Patacòn", delle serate dove si può mangiare qualche piato tipico della loro regione e il canto di Daira ed altre donne evoca ai presenti l'incanto delle nostro terre, le nostre radici e l'amore per la vita, sono canti pieni di speranza.

Daira rappresenta migliaia di persone che oggi vivono la peggiore delle guerre, una guerra silenziosa e deplorevole in una società nella quale a forza di sentire in tutti i media ogni giorni il resoconto dei morti della giornata ci stiamo dimenticando della profondità della violenza.

(Jhoana Ostos Tavera)