TESTIMONIANZE

Mammografia  interculturale

Sabato 6 aprile, Ospedale Maggiore di Bologna, reparto di senologia, ore 8.

Attendo, con altre donne. Quando chiamano il mio cognome, mi alzo e vado verso l’infermiera che mi ha chiamato, e che mi attende con dei fogli in mano.

“Prego, entri pure, si prepari, si scopra il seno
…”. Le solite frasi di routine. Quello che faremo, quando e come avrò gli esiti…. E’ una bella signora dall’accento bolognese, tra i 40 e i 50 anni, sicura di sé e professionale.

Poi mi chiede se ho figli: le dico che ne ho due, e quando sa che ho una ragazza di 15 anni mi dice che anche lei ne ha una, e comincia a dirmi che gli adolescenti sono insopportabili, che è difficilissimo, che litiga sempre, che rompono le scatole…

Io le dico che a me piacciono da pazzi, i ragazzi, mille volte di più dei bambini piccoli, e le spiego che insegno in una scuola piena di adolescenti da tutto il mondo. Allora, lei lo dice. Dice quella frase incredibile, irreale, che poche volte abbiamo sentito col verbo alla prima persona: <<IO SONO RAZZISTA>>.

La guardo, frugando dentro le mie strategie annose di risorse ad hoc, ma comunque sono un poco interdetta dall’inaspettata aggressività. E le dico: “Capisco. Ma cosa intende esattamente? Cosa fa? In che modo, lo è?”. Sbuffa.

-          SONO RAZZISTA. ANCHE MIA FIGLIA, TUTTI. ANCHE QUI DENTRO, IN OSPEDALE. NON LI SOPPORTO PIU’. DEVONO TORNARSENE A CASA LORO!

-          Chi, esattamente, non sopporta? I ragazzi?
-          Tutti. Non voglio più vederli. Li rispedirei tutti al loro Paese! Via! Sciò!
-          Perché? Pensa che siano pericolosi?
-          Certo! Specialmente i rumeni. Tutti delinquenti! Alla larga, io sto alla larga. Mia figlia l’ho messa apposta in una scuola privata, per non averli tra i piedi!
-          Quindi, secondo lei, non c’è neppure un rumeno, o una rumena, che siano brave persone?
-          No, non c’è! Non ci sono.


Poi, ci pensa un secondo.

-          …. Cioè, se ci sono, a me non mi sono capitati. Io sarò sfortunata, ma a me mi capitano sottomano (?) solo i delinquenti. Tutti delinquenti.
Intanto, mi sta facendo lo screening. Maneggia il mio corpo.
Rimango in silenzio, poi le dico, in tono neutro, molto sobriamente:
-          Ho una carissima amica rumena a Ravenna. Si chiama Maria. E’ una persona troppo carina. E, sa?, le voglio un sacco bene.

Sta lei in silenzio, indecisa, penso, se configgere apertamente o rinunciare, per amor di pace.
Poi mi dice:
-          Comunque, sono razzista. Abbiamo finito. Si vesta pure.
Io le sorrido, ringrazio, mi vesto.
Poi esco dall’ambulatorio, salutando, mentre lei esamina altri fogli, a testa bassa, e si affaccia in corridoio per chiamare un’altra paziente.

E all’improvviso ricordo: quella persona, la stessa, prima di chiamare me a fare l’esame, aveva salutato con calore – gridando anche il suo nome, in corridoio, per chiamarla - una inserviente delle pulizie sicuramente immigrata, probabilmente nordafricana, chiedendole della figlia, e facendo commenti incoraggianti su un cambiamento della loro vita.

La stessa persona che si dice razzista.

Cosa vorrà dire, per lei, questa parola? Me lo sono chiesta tutto il giorno.
Riuscendo solo a desiderare che le persone trovino arene dove incontrare “l’altro”.
Perché, se lo incontri, lo vedi com’è, con bellezze e bruttezze, con umanità e debolezze, con ricchezze e limiti. Come siamo tutti.

E perché, se lo incontri, e solo così, la vita ha un senso.

 

Alessandra Lazzari - 6 aprile 2013
  


Casa dolce casa...

Cinque ore interminabili segnavano la fine della mia permanenza a casa, ansia, silenzio, vuoto. So che devo andare, la mia vita non è più lì ma ogni volta c’è un gran senso di perdita e qualche rimpianto. Nell’attesa cerco di sfruttare ogni minuto, di godermi fino all’ultimo gli attimi che mi restano con mia madre, non c’è molto di dire, siamo tutti stanchi da aspettare.

La guardo, cerco di capire cosa sta pensando, so che anche per lei il momento della partenza è doloroso, vorrei togliermi questo dolore e riuscire ad esprimermi senza timore di sembrare una donna che non si controlla. Lei resta mentre noi partiamo e questo fa la differenza, lei tornerà a casa da sola.

A casa di mia madre si sentirà l’assenza dei nipotini con le loro risate e discussioni.  Mi mancherà tanto l’aroma del caffè “puro Colombia” che all’alba mi svegliava con un sorriso disegnato sul viso perché era come se qualcuno mi sussurrasse all’orecchio: “sei a casa”,   i pranzi con la adorata zia a parlare del più e del meno aggiornandoci su quello che era successo in questo anno di assenza.

In questi dieci anni che non vivo più nel mio paese io e mia madre abbiamo imparato che il tempo che trascorriamo insieme dobbiamo viverlo con molta tranquillità, non ci interessa più metterci a discutere sulle stupidate, viviamo la nostra quotidianità e basta. Quando vivi lontano dalla famiglia capisci che ha molto valore il tempo che passi con loro, per fortuna sono tutti ancora giovani, dalle nostre parti i figli si fanno presto ma questo non vuole dire niente, non sei mai sicuro di vedere tutti al tuo prossimo ritorno, solo te lo aspetti.

Ad ogni partenza c’è la stessa sensazione di abbattimento dentro di me, dopo aver salutato mia madre cerco di memorizzare il suo bel sorriso, mi avvio verso l’aereo con i miei figli al fianco, ci sediamo ed aspettiamo il decollo senza parlare, ognuno di noi è immerso nei suoi pensieri, i momenti passati in quella calda terra dove gli abbracci li dai con forza. Da piccoli loro hanno imparato che ci sono gli abbracci e anche “gli abbracci colombiani”, dove trasmetti mille sensazione di affetto.

L’aereo inizia a muoversi e la malinconia si appropria di me,  mi brucia il viso, non guardo i bambini, so che anche loro si sentiranno un po’ così, comincia ad alzarsi un po’ l’aereo e la mia città sembra piccola, distante, è notte e le poche luci che ci sono mi permettono di visualizzare alcune cose, mio figlio di fianco al finestrino non stacca il suo sguardo dalla città, fino a quando non riesce a vedere niente più che nuvole, mi chiama, mi fa notare com’è grande e tutto quello che è  riuscito a vedere.

Dopo un po’ cominciamo a parlare tutti e tre, a sorridere pensando  a quanto ci siamo divertiti, vedere le loro faccine di gioia mi fa stare decisamente meglio. Qualche giorno dopo mio figlio mi ha domandato: “Mamma perché quando siamo in Colombia tutti ridono cosi tanto?”. Ho risposto semplicemente che è perché quando siamo insieme ci divertiamo.

Tornare a casa è come una boccata d’area fresca, mi rinnova, mi dà molta pace interiore, vedere la famiglia, gli amici, percorrere la mia città, salutare i vicini, qualcuno ha detto saggiamente che sono le piccole cose quelle che veramente contano nella vita.    

(Jhoana Ostos Tavera)

 

Nessun commento:

Posta un commento