giovedì 1 dicembre 2016

Le parole della nostra vita


Al via "Le parole della nostra vita", il nuovo progetto di SHEnews che ha come obiettivo quello di portare la lingua italiana nelle case delle ragazze di origine straniera che, per diversi motivi (figli piccoli, lavoro o semplicemente diffidenza), non riescono a frequentare i corsi d'italiano nel nostro territorio.

L'idea è quella di mettersi nei loro panni e, attraverso il volto e la voce di una donna e mamma immigrata, percorrere tutte le fasi della quotidianità creando un ponte di comunicazione non solo tra donne ma anche tra culture.

Quando parliamo di immigrazione al femminile è necessario pensare che molte donne arrivano in Italia per ricongiungimento famigliare, matrimonio oppure per lavoro ma con poca o nessuna conoscenza della lingua italiana; in queste circostanze è molto più difficile inserirsi nella comunità. 

Cosa succede se alle donne non è possibile frequentare i corsi organizzati nei centri interculturali, nelle biblioteche, nelle scuole e in altri luoghi? Dipenderanno dai figli e dal marito per riuscire ad andare a fare la spesa, in farmacia, dal medico e non potranno essere indipendenti. 

Favorire l'integrazione significa anche superare l'isolamento, raggiungere le nuove arrivate con parole semplici e calate nella vita di tutti giorni e sostenere la loro autonomia.

Cambiare paese, a volte continente, è già molto difficile; se a questa nuova vita si aggiunge il fatto di non riuscire nemmeno a dire “ciao come stai”, “oggi sto bene”, “per favore vorrei del pane e il latte” la sensazione di frustrazione potrebbe aumentare ancora di più il senso di spaesamento e inadeguatezza.

Il volto e la voce dei video che metteremo online sono quelli di Jhoana Ostos T., giornalista colombiana e cittadina italiana che, sulla propria pelle, ha vissuto le difficoltà di un nuovo inizio. 
Insieme a lei cucineremo, andremo a far la spesa, vivremo i tanti piccoli momenti della giornata come andare in biblioteca, al cinema o al museo. O, più semplicemente, cominceremo ad approcciarsi agli altri con le più comuni formule di cortesia. 

Seguiteci, l'avventura ha inizio!

sabato 28 maggio 2016

Amo l'Italia quanto amo il Marocco

Mi chiamo Nihad e vengo dal Marocco.
Quando mi chiedono di raccontare la mia storia e di come sono arrivata in Italia, mi viene un po' difficile perché mi tornano in mente emozioni e sentimenti che durante questi 16 anni ho provato a rimuovere.
A differenza di tante persone che hanno scelto questo paese per migliorare le condizioni economiche e sociali, proprie e dei familiari nel paese d'origine o per fuggire da guerre ecc... io non ho scelto.
Avevo quasi 10 anni allora, quando mia mamma mi disse che saremmo partite per l'Italia.
Era il suo sogno: raggiungere mio padre che vedeva solo ogni tre o quattro anni per un mese o due, migliorare il nostro stile di vita, assicurarmi un futuro migliore e, soprattutto, unire la sua famiglia vivendo tutti insieme: papà mamma ed io, sotto lo stesso tetto.
Beh, io non la vedevo proprio così... Ero ancora piccola ed evidentemente poco brava in geografia, non sapevo esattamente dove fosse l'Italia. Credevo che sarebbe stato come ogni volta che andavamo a trovare i miei zii e che dopo tre o quattro giorni, al massimo una settimana, si tornava a casa, dai nonni, dagli amici del quartiere, della scuola e soprattutto non sapevo che saremmo state per sempre con papà; io non avevo un buon rapporto con lui perché effettivamente non lo conoscevo, lo vedevo poco e non avevo dei ricordi positivi con lui.
Era un giorno del febbraio 2000 quando mia mamma mi svegliò perché dovevamo andare all'aeroporto di Casablanca per poi partire per Milano, dove avremmo trovato papà ad aspettarci...
Ero felice, per me si trattava di una vacanza non di più. Mia mamma insisteva nel dirmi di baciare i nonni ed abbracciarli ed io non capivo perché... Che senso aveva? Tanto saremmo tornate tra qualche giorno!
I nonni e gli zii con cui ero cresciuta piangevano tutti, gli sarei mancata... ma io non lo sapevo e non sapevo che anche loro mi sarebbero mancati... tanto.
Partii per Milano con la mamma e ad attenderci vi erano papà e lo zio, erano tutti felici ed anche io lo ero. Era tutto nuovo per me: dall'ambiente, al cibo, alle persone, alla lingua, al clima.
Per i primi quindici giorni fu tutto divertente, ma poi i miei genitori iniziarono a parlare di scuola, mio padre mi obbligava a studiare a memoria pagine di parole tradotte dall'arabo all'italiano ed allora io iniziai a realizzare che non sarei più tornata a casa mia.. non sarei più tornata nella mia scuola, non sarei più tornata dai miei amici, dai miei parenti.. almeno non in quel momento.
Mi sono sentita tradita da mia mamma che mi aveva portato a vivere con un uomo che non amavo tanto, mio padre e odiavo questo paese che mi aveva portato via dai miei affetti e dalla mia infanzia spensierata.
Dovevo imparare l'italiano, farmi nuovi amici (e non fu facile), andare bene a scuola per non essere bocciata, adattarmi a nuovi orari e nuove routine, conoscere meglio mio papà e adeguarmi a nuove regole.
Qui persi tutto... dai miei punti di riferimento, ai miei appoggi, alla mia identità: nel quartiere dove vivevo ero una bambina molto socievole, avevo tanti amici ed ero conosciuta da tutti. Quando venni qui persi tutto: non avevo amici, non conoscevo l'italiano, non avevo più riferimenti stabili a parte mia mamma. Non ero preparata a tutto ciò.  La mia vita cambiò e fortunatamente ero una bambina abbastanza sveglia ed intelligente e riuscii in meno di un anno a recuperare il passo, imparai l'italiano recuperai tutto il programma scolastico ed iniziai a conoscere questo paese.
Con il passare degli anni acquisii tutti o quasi i valori della cultura italiana, feci mio l'ambiente in cui poi passai il resto degli anni fino ad oggi.
Ed oggi mi rendo conto che amo questo paese, l'Italia, quanto amo il Marocco. Con gli anni ho imparato a conoscerlo e viverlo ed oggi non potrei farne a meno. È diventato la mia nuova casa.
Non so se tornando indietro rifarei tutto ciò, perché per me è stato destabilizzante; sicuramente avrei preferito che mia mamma mi preparasse psicologicamente a quello che è stato un grande cambiamento nella mia vita.
Nihad

martedì 24 maggio 2016

La mia W migrante

Sono Tatiana Perju e sono un'emigrata.
La mia storia inizia esattamente... non saprei...
Facendo parte di una famiglia molto credente di rito ortodosso, direi che la mia storia inizia nell’esatto momento in cui Gesù, nostro Re, per essere salvato viene portato dai suoi genitori in Egitto, per sfuggire all’omicidio dei bambini ordinato dal Re Erode.
Oppure nel 101-105 d.C. quando l’imperatore romano Traiano conquista un pezzo di terra di enorme importanza (la porta di passaggio tra Est e Ovest Europa), esattamente la Dacia; le mie presunte radici…..
Può darsi che la mia storia è iniziata a fine ‘800 inizio ‘900, quando il popolo europeo emigrò verso gli Stati Uniti, Brasile e Argentina? Dove lo stesso popolo italiano venne chiamato “piccolo di statura e di pelle scura". 
"Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane dicevano degli italiani Si costruiscono baracche nelle periferie. Si presentano in due e dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiera, ma soprattutto non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali”.
O forse, la mia storia inizia negli anni ’40 ad Aleppo in Siria o Nuseirat, Palestina; quando i siriani ed i palestinesi accolsero il popolo europeo migrante. In quei campi di accoglienza i rifugiati venivano incoraggiati ma non obbligati a lavorare come cuochi, come addetti alle pulizie o calzolai.
Magari è nata la mia storia nel 1942-50, nei campi russi chiamati “Gulag”, dove le persone venivano portate a fare il “lavoro forzato”, dove hanno imparato l’esperienza terribile della fame (la loro colazione, pranzo e cena finiva in 80 grammi di pane più saliva amalgamata al fumo), l’esperienza del freddo e della morte quotidiana…..
Ne ho un'altra di data: 1940! Aushwitz! La mia storia inizia con le camere a gas? Dove furono bruciate migliaia di persone e bambini, ma ciò nonostante ne sentiamo parlare ancora orgogliosamente?
Magari nasce con l’esperienza della tortura, della malattia, del genocidio, dello sterminio?

O forse inizia nel 1989 con la caduta del muro di Berlino? Quando per noi dell’Est, diventò reale la favola di poter viaggiare, andare in direzione opposta a Mosca. Credo proprio in quel momento io pensai che l’apertura delle dogane era la nostra promessa del Sì, il nostro “Vento del Cambiamento” cantato dagli Scorpions; e non mi interessano i consigli e le parole di mio padre, il quale diceva che il pane nelle terre straniere “è amaro”.

O forse la mia storia inizia quando vede la luce terrestre il mio corpo? Esattamente una domenica: il primo agosto del 1982!
Per anni ho cercato di dare un significato e trovare le radici al mio Io:
Domenica come giorno – il Giorno del Pianeta Sole, il Sole come fuoco, amore e passione.
1 come data – prima, la fonte, la partenza, il simbolo Divino Assoluto.
8 come mese, 8 come l’ottava dei fratelli e sorelle il numero dell’infinito.
1982 anno del cane, zodiaco cinese, quindi fedele e attenzione,
Leone – zodiaco fisso, quindi Re degli animali…

Dopo tutte queste ricerche, dopo tutti questi simboli e significati, Io non sono riuscita a far fronte alla disperazione, alla povertà… non ho lottato per avere una vita migliore lì, non ho sviluppato un vero amore per la mia Patria.
Amore vigliacco” che ho scelto come argomento nella mia tesi di laurea in Lettere, il 9 giugno del 2004, quell’amore per la terra tanto difeso da Ion nel romanzo Ion di Liviu Rebreanu, e quell’amore che ho condannato, condannando Julien Sorel, nel romanzo Il rosso e il nero di Stendhal; quell'amore egoista che ti fa ottenere qualsiasi cosa.
Quell'amore arrivista che si è trasformato in un demone, ed io l’ho chiamato disperazione, a causa del quale io volevo scappare via, correre da qualsiasi parte, la destinazione non era importante; importante era la velocità!!! Volevo andarmene via da lì, mi dispiaceva soltanto per mia madre, che da allora avrebbe pensato a me molto più spesso di quanto io avrei pensato a lei.
Parte della mia storia importante nasce l’11 agosto 2004, la mattina presto, verso le 4, quando il gallo del cortile di mamma canta il mio tradimento... dovetti fare le valige perché un taxi mi aspettava, ma io una valigia non ce l’avevo, improvvisai uno zainetto e anche se in quel zainetto presi soltanto la voglia di non ritornare più, la mamma mi infilò di traverso anche l’augurio “So che ritornerai presto”...


Mamma, la mia mamma, la vostra mamma, la mamma di tutti è donna, dall’inglese woman, la sesta W del presente laboratorio giornalistico; Donna al quale non è dato ancora il giusto valore, non è data ancora la sua parità, donna che significa tormento, frustrazione ed essere sempre arrabbiata, ma nello stesso tempo dolce, docile, amica e regina!

Un'altra parte della mia storia nasce il 17 febbraio del 2009 insieme a mio figlio Alessandro, il quale 7 anni dopo a scuola dice alla maestra che la sua mamma è Italiana come le altre!!!

Quindi io con le radici fragili, nelle mie vene sangue latino, ottomano o slavo… mi sento italiana, visto che do il tiro e porto il rusco, mi sento bolognese esattamente come voi!!!

Da 5 anni ho creato un’azienda di servizi alla persona, e non cerco i Santi nel Paradiso per andare avanti, ma collaboro con gli Angeli sulla Terra, in primis Angelo, di nome e di fatto, mio marito idraulico. Angeli umani trasformati in elettricisti, piastrellisti, fabbri, falegnami, e non faccio loro dei prelievi di sangue per sapere da quale parte del mondo arrivano, per riconoscere la qualità e il rispetto alle persone e per contribuire all’economia del Paese.
Mi dico sempre che io sono una forza, piena di amore e umanità, e tutti quelli che mi circondano sono esattamente come me, e esattamente come noi è il paese in cui viviamo e che ci ha accolti con le braccia aperte e pieno di persone meravigliose.


Ora che ho provato a farvi entrare nella mia storia con l’aiuto delle 5 W:

  • When ? – quando?
  • Who ? – Chi?
  • Where? – Dove?
  • What? – Cosa?
  • Why? – Perche?
Voi avete capito che si emigra per vari motivi, guerra, fame, paura, disperazione, povertà, politica, petrolio, diritti, assistenza, futuro???


Io mi sono tenuta da parte come dulcis in fundo un'altra doppia W, come WHITE

Come bianco… il bianco della speranza, della colomba che vola libera nell’aria… bianco come la bandiera della Pace, bianco come un foglio nuovo… dove si possa scrivere un’altra storia, la mia, la tua, la sua e Nostra...


Grazie

Tatiana Perju

martedì 17 maggio 2016

Lo specchio (lontana da casa, ma pur sempre... a casa)




“- Chi sei?”
  Nessuno... Ma il profumo unico, potente e doloroso del fiore di ciliegio mi inebria, dell'estate che pullula di linfa vitale, l'odore della vacanza vittoriosa, l'odore di casa... È il profumo della nostalgia di casa, che mi seguirà per sempre..
Per me, l'estate non sarà mai più felicità pura... Sarà invece uno stato di mancanza, di lotta esistenziale e di prova identitaria.
   È la domanda a cui devi sempre tener testa, mentre colui che domanda, non conosce la fretta con cui, in un secondo devi comporre le coordinate di un destino, presentarti con esattezza il percorso umano e professionale, ma soprattutto convincere chi hai davanti, che attraverso tutto ciò che sei, con vittorie e sconfitte, sei uguale a lui, sei suo simile e che può tendere la mano, senza timore, per conoscerti.
   L'esercizio alla sincerità non è semplice, perché nasconde dentro ad esso la tua gente: sono rumena, sono...
 Ho seguito mio marito in carriera, cercando con le mie forze di rifarmi io stessa la carriera professionale. Sono professoressa, e dopo decine d'esami,  difficili, complicati, impossibili, insegno... Al mio liceo, già da quando ero a casa ero molto apprezzata dai miei allievi, che ho sempre trattato come colleghi nell'atto educativo.
Ciò su cui ho sempre radicato le mie basi sono la professionalitá, la serietà e il rispetto per me stessa innanzitutto, e per tutto ciò che mi circondava.
 È forse la ricetta per il successo? No! Sicuramente!
Per un immigrato l'immagine si costruisce attimo per attimo, è come se stessi rompendo continuamente lo specchio che contiene la tua immagine anteriore, perché non corrisponde più alla realtà del momento e alle aspettative...
 Ma se rompendo lo specchio perdi l'aspetto che hai composto con tanta fatica, come fai poi a ritrovare fra i pezzi, i frammenti che ti raccontano così come sei? Allegra, comunicativa, umana...
Mentre poi colui che sta davanti a te, distratto da qualcos'altro, non ti nota neanche lì inginocchiata, intenta a raccogliere con le dita insanguinate i brandelli della tua vita, soffiando via la polvere dai ricordi e l'amore di quelli che hai lasciato a casa ad aspettarti, raccogliendo frettolosamente la speranza e l'illusione, la fiducia riposta in te, il dovere santo di una madre...
Colui che sta di fronte a te non vede, ma non perché non desidera farlo, ma perché che stai crollando lo sai solo tu, e così inginocchiata nel pensiero, come sei, ti asciughi le lacrime che ti ribollono dentro, ti rialzi rapida senza che nessuno se ne accorga, come una guerriera, stringi i fiori estivi fra le braccia, sorridi, e dici semplicemente: sono Ioana!
   Il filosofo romano Seneca, diceva che per alcuni il bene si manifesta nelle gioie intense della vita, per altri in momenti tristi e difficili, uno è padrone sulla benevolenza della sorte, un altro prova ad addolcirne la crudeltà: entrambi sono però forme di bene, anche se uno ha attraversato un sentiero liscio e piacevole, mentre l'altro una strada arida.
Contano il tipo di bene che ti accompagna, i mezzi e l'attitudine con la quale attraversi la vita, la capacità di relazionarti, di crearti e d'imparare in ogni momento a credere in te stesso e negli altri, ad essere degno e umano allo stesso tempo.
“- Chi sei?”
E mi inebria l'odore unico, potente e doloroso del fiore di ciliegio, dell'estate che pullula di linfa vitale, l'odore della vacanza vittoriosa, l'odore... come se avessi ritrovato un momento, qui lontana da casa ma pur sempre....a casa...




Uguaglianza


Il mare gocciola

Sofferente

Abbissi senza senso

Portano a riva

Da voragini umane

Il dolore

- Chi sei?    


                     
                                                                                                  D.V.

martedì 10 maggio 2016

Elisha, una filippina come tante

Nel 2012, sono diventati una dei 10 milioni di filippini che vivono all'estero in cerca di lavoro nella speranza di un futuro migliore per le loro famiglie. E i miei figli sono diventati come quei 9 milioni di bambini che sono stati lasciati indietro e vivono senza uno o entrambi i genitori.

Sono arrivata in Italia per motivi familiari. Lo stipendio di mio marito come collaboratore domestico non era sufficiente per poter portare in Italia noi tutti. Così ha portato prima me. In questo modo, se avessi trovato un lavoro regolare saremmo riusciti a portare anche i nostri bimbi.

Non è stato facile per me venire qui. Dovevo lasciare i miei figli. Per fortuna, ho un fratello a casa di cui mi fido molto e sapevo che li avrebbe accuditi come i propri figli. Dovevo anche dire addio ad un lavoro in cui ero stata recentemente promossa. E stavo per finire i corsi per la laurea magistrale per la quale mi mancava solo un esame. Ma so anche che per noi poveri, per chi appartiene a una classe medio-bassa come la mia, è un vantaggio lavorare all'estero. E se non fosse stato per mia madre che lavora all'estero come infermiera, io e i miei fratelli non avremmo potuto finire gli studi. E anche se stavo già lavorando come dietologa, il mio stipendio non era abbastanza per crescere tre bambini e mandarli a una buona scuola. Se non riescono a finire l'università avranno poco o nessuna possibilità di trovare un lavoro decente. Così ho fatto la valigia sperando di fare la cosa giusta per la mia famiglia. Sono salita sull'aereo promettendogli che avrei fatto di tutto per portarli qui ed ero molto ottimista che avrebbero potuto avere pari opportunità. Quando l'aereo è decollato, per ultima volta ho guardato la mia patria chiedendomi quando l'avrei rivista.

Per fortuna, sono riuscita a trovare un lavoro, anche se non parlavo ancora l'ítaliano. Ho lavorato come donna delle pulizie per le persone che parlano inglese. Quando ho imparato la lingua italiana, sono riuscita a trovare un lavoro come babysitter per una famiglia italiana. Ho guadagnato abbastanza soldi per poter aiutare mio marito nelle spese. Ma non è facile avere un lavoro umile ed essere una straniera. Ci sono stati momenti in cui pensavo che non sarei mai dovuta venire qua. Ci sono momenti in cui mi dimentico chi sono.

Sono molto grata di ricevere un sostegno morale dalla mia famiglia, dagli amici, e dalla comunità filippina che ho trovato. Poco a poco ho cominciato a trovare uno scopo per quella che sembrava la mia insignificante esistenza qui. Una parte dello stipendio che ho guadagnato lo dono alle associazioni di volontariato nel mio paese per i medicinali nelle tribù, per l'educazione dei bambini che vivono nelle isole, e a un giovane insegnante che insegna ai bambini per strada. Cento euro possono veramente aiutare un medico e costruire una clinica in montagna. E la stessa cifra può aiutare 200 bambini ad avere quaderni e biro. E la stessa cifra puo sponsorizzare un insegnante a trascorrere una settimana in un'altra città per insegnare ai bambini di strada.

Il mio desiderio è di aiutare più persone nel mio paese. Se solo potessi sapere di più, credo che potrei aiutare più volontari. Vorrei che nel futuro la società filippina si integrasse di più a livello lavorativo e che le persone non venissero identificate solo come professionisti domestici. Lo so che ci sono molti ostacoli da superare, ma devo rimanere ottimista. Ora che i miei figli sono qui e stanno andando bene a scuola mi sento molto contenta.

La mia storia è solo una delle tantissime storie di filippini che hanno fatto un gran sacrificio a lasciare il proprio paese nella speranza di avere un futuro migliore. Nel frattempo, dobbiamo continuare a muoverci come la vita si muove, e deve essere un continuo cambiamento.
La strada che noi percorriamo non è facile, ma noi speriamo che ci porterà in un luogo che potremo chiamare la nostra casa. Può portarci indietro nel nostro paese oppure a piantare le nostre radici in un'altra terra.
Elisha Gay C. Hidalgo



Un esempio di poesia filippina
(ha scritto di Dr. Jose Rizal, eroe filippino, quando aveva solo otto anni)




Alla mia gioventù


Se la gente di una nazione certamente ama
il regalo del cielo che è la sua lingua,
Così anche ritroverà la libertà
Come l'uccello che vola nel cielo.

Perchè la lingua è una misura del valore
Di città, nazioni e regni,
E ogni persona allo stesso modo merita
Tutto quello che spetta ad una nazione nata libera.

Uno che non fa tesoro della propria lingua
è peggio di una bestia e di un pesce putrido,
Perchè lei dovrebbe essere alimentata volentieri
Come le nostre madri ci ha nutriti.

La lingua tagalog è come il latino,
Come l'inglese, lo spagnolo, e la lingua degli angeli
Perché era il Dio, nella sua saggezza
Che ce l’ha donata, che l’ha data a noi.

La nostra lingua è simile a quella degli altri,
Con il suo alfabeto e le sue lettere,
Ma è svanita come se una tempesta improvvisa avesse travolto
Una barca in un lago tanto tempo fa.





In 2012, I became one of the 10 million Filipinos living abroad in search of work in hope of a better future for their families and children. And my children became one of the 9 million children who were left behind and are living without one or both of their parents.
I came to Italy with a petition visa from my husband. According to Italian law his salary as a domestic helper was not enough to bring all of us with him. So I was the first to go. In that way, if I could find a regular job we could combine our incomes to get our children.
It was not easy for me to come here. I had to leave my children behind. Fortunately, I still had a brother back home who I trust to take care of them as his own. I also had to say goodbye to a job wherein I recently just got promoted. And I had to forget about the Master's degree I am just a thesis away from finishing. But I also know the benefits of working abroad for a low to middle class Filipino like myself. I am also a daughter of an Overseas Filipino Worker. And if not for my mother working abroad as a nurse, me and my siblings would not have been able to graduate from college. And eventhough I was already working professionally as a Nutritionist Dietitian, I know my salary was not enough to raise three children and send them to good private schools. And if they do not get a university degree, there will be an even less chance of them getting a decent job in the future. So I packed my bags with a hope that I was doing the right thing for my family. I got on the plane with the conviction that I would do everything to bring them with us here in Italy where I was optimistic for equal opportunities for them. When the plane took off, I had one final look at the country I grew up in wondering when I will be back again.
Fortunately, I was able to find a job immediately eventhough I do not speak the language yet. I worked as a cleaner for people who speak English. When I could speak a little Italian already, I found work as a babysitter. I earned just enough to help my husband pay the bills and send money back home. But it is not easy to have a menial job and to be a foreigner at the same time. There were times I wished I had never come. There were times I almost forgot who I am.

I am grateful for the strong support I have with my family, friends and the Filipino community I found. Little by little I began to find a purpose to what seemed like my insignificant existence here. Part of the money I earn I send back home to help the causes support like medical services to tribespeople, education for children living in islands, and a young teacher educating children in the streets. A hundred euros could already help one doctor build a small clinic in the mountains. The same amount could help buy notebooks and pens for dozens of children living in isolated and far flung islands. And the same amount could also help sponsor one teacher to spend a week in another city to teach more street children.
My wish for the future is that I could help more people in my country. If I could only earn more, I believe I could help support more causes. I also dream that one day Filipinos here would become more integrated into the Italian society and be given the same opportunities for higher education and professions. I hope that we Filipinos and the other migrants be given the chance to reach our full potential even in a foreign land. And it is very important that even in the process of integration, we do not forget our cultural identity. I know there are a lot of barriers to break here but I am keeping an optimistic outlook in life. For the meantime, I am happy that my children are already here with us and that they are experiencing good quality education.
My story is only one of the million stories of Filipinos who made the sacrifice to leave their country in the hope of a better future. In the meantime we must keep moving as life is and should be a series of transition. The road we tread upon is not easy but we are all hoping it will lead us to a place we can call home. Whether it will take us back to the Philippines, or it would mean planting our roots in a new soil.

Elisha Gay C. Hidalgo





For anyone who wants to help and send donations to some causes and individuals I support please visit the links below:










lunedì 14 marzo 2016

Torna il laboratorio di giornalismo per ragazze migranti

Ci raccontano così ma noi come siamo?  è il laboratorio di giornalismo per donne migranti sui temi delle migrazioni, lo stereotipo e la violenza di genere che, a grande richiesta, torna al Centro interculturale "Massimo Zonarelli" di Bologna (via Sacco, 14).
Per il secondo anno, il laboratorio di giornalismo partecipato è promosso dall'associazione di promozione sociale SHEnews, fondata da un gruppo di giornaliste e operatrici della comunicazione, immigrate e italiane. Destinatarie sono 10 donne immigrate o di origine straniera.


L'obiettivo del laboratorio è quello di riprodurre l'attività, il fermento e il confronto così come avviene all'interno di una vera redazione, analizzando le notizie pubblicate in Italia e nel mondo.
Si cercherà di capire come e attraverso quali media le iscritte si informano e se ciò che viene raccontato loro corrisponde alla propria esperienza.
Si proverà insieme a smantellare i luoghi comuni
per contribuire alla costruzione di una corretta informazione in materia di migrazioni e si proverà ad “educare” e ad “educarsi” al rispetto delle differenze culturali e di genere attraverso il linguaggio della comunicazione e in linea con il Testo unico dei doveri del giornalista approvato recentemente dal Consiglio dell'Ordine nazionale dei giornalisti.
Non mancheranno occasioni di incontro e confronto con i giornalisti “veri” e con i rappresentanti delle istituzioni cittadine. 
Si comincia martedì 12 aprile, l'impegno sarà di otto martedì, dalle 10.30 alle 12.30.
 
PER ISCRIVERSI BASTA MANDARE UNA EMAIL A:
infoshenews@gmail.com o lasciare la propria adesione e la propria e-mail al Centro interculturale Zonarelli.

venerdì 26 febbraio 2016

SHEmum - Il concorso di fiabe per madri di origine straniera



SHEmum – La magia della lingua madre è un concorso di scrittura di fiabe per madri di origine straniera ideato dall'associazione di promozione sociale SHEnews, fondata da un gruppo di giornaliste e operatrici della comunicazione, immigrate e italiane, in collaborazione con il Centro interculturale Massimo Zonarelli.
Nell'ambito delle celebrazioni della giornata della lingua madre istituita dall'Unesco nel 1999 per promuovere la diversità culturale e il multilinguismo, il premio letterario ha tre grandi obiettivi:
1) chiamare alla scrittura le donne che, da sempre, inventano storie per i propri bambini e dare loro la possibilità di raccontarle nella loro lingua d'origine e, soprattutto, di renderle comprensibili anche a chi quella lingua non la conosce;
2) offrire ai piccoli lettori un ventaglio di racconti scritti nelle lingue più parlate dalle madri che abitano nel nostro paese;
3) realizzare un libro di favole in 10/15 lingue diverse (possibilmente quelle più parlate in Italia), tutte affiancate dal testo tradotto in italiano.
Chi può partecipare: le donne (ma anche gli uomini) di origine straniera, madri (e/o padri) o in attesa di diventarlo che alla data del 10 gennaio 2016 abbiano compiuto 18 anni.
Modalità di partecipazione: il concorso si rivolge direttamente ai cittadini (o in attesa di diventarlo) di origine straniera e residenti sul territorio italiano. Ogni partecipante dovrà scrivere una favola nella sua lingua d'origine e tradurla in italiano. I testi, rigorosamente inediti, non dovranno superare le 6.000 battute. Gli elaborati dovranno essere inviati in formato pdf entro e non oltre il 30 maggio 2016 all'indirizzo di posta elettronica: infoshenews@gmail.com.
Le favole scelte verranno illustrate da un gruppo di disegnatori indicati dall'organizzazione del concorso.
Obiettivo: realizzare una pubblicazione illustrata per i bimbi iscritti alla scuola dell'infanzia (nido e materna) e alla scuola primaria (elementari). L'obiettivo del concorso di scrittura è quello di realizzare una pubblicazione di favole scritte nelle lingue madri degli immigrati che hanno scelto il nostro paese come seconda casa. Lingue che, spesso, i figli che “vogliono essere italiani” - perché qui sono nati o cresciuti - tendono a rifiutare nel loro ancora “maldestro” tentativo di sentirsi uguali agli altri.

https://www.labuonavernice.it/shemum-la-magia-della-lingua-madre/



mercoledì 24 febbraio 2016

La mia giornata internazionale delle lingue madri

Figlio del mio paese uccidi il mio paese,
e poi volti le spalle alla realtà come se niente fosse
e su di me il corpo come quello di una spada,
scendo, oh scendo,
perché questo è ciò che sta accadendo (...)
I ragazzi hanno sentito che la libertà è alle porte,
così sono scesi in piazza e hanno cominciato a cantare,
a manifestare per la libertà... hanno visto dei proiettili
gli altri hanno detto:
noi siamo i vostri fratelli,
noi siamo i vostri fratelli e non vi colpiremo mai (...)
 




Con le parole tratte da Ya Hayef, poesia di Samih Shaqir, è cominciato il flash mob che la compagnia teatrale Cantieri Meticci ha messo in scena al Centro interculturale "Massimo Zonarelli" in occasione della Giornata internazionale delle lingue madri. Una giornata fatta di canti, balli e incontro tra diverse culture con una sola motivazione: l'integrazione.
I più piccoli scrivevano su fogli di carta i nomi delle loro favole preferite e alcuni pensieri nella propria lingua madre, poi li attaccavano alla "ruota delle favole" e ballavano attorno ad essa, sentendosi partecipi di qualcosa di importante.
È stata un'occasione per condividere e conoscere l'altro; un qualcosa che sembra scontato ma che in troppi si sono dimenticati...
Sono un individuo, una donna, una cittadina extracomunitaria, giornalista e madre; sabato 20 febbraio mi sono identificata con questi ragazzi del gruppo di teatro di Cantieri Meticci, ragazzi immigrati da paesi in zone di conflitto che con quelle poesie raccontavano un po' di quello che stanno vivendo in questo momento, della loro voglia di libertà e del bisogno di stare in un posto dove riuscire a crescere, a vivere. 
In tempi in cui devi subire tanti discorsi discriminatori su quanto «gli immigrati stanno togliendo ai cittadini di questo paese» e in cui, spesso, sono proprio le istituzioni a far passare questa informazione, forse basterebbe guardare alle nuove generazioni.

(Jhoana Ostos Tavera)







giovedì 18 febbraio 2016

Nuove opportunità e sviluppo al femminile a Bogotà, capitale della Colombia

Le politiche in ambito di diritti per le donne in Colombia hanno iniziato a cambiare: le istituzioni e le diverse organizzazioni che fino al 2000 si occupavano di queste tematiche hanno trovato uno spazio nel quale le donne cominciano finalmente ad essere ascoltate. Una delle donne che ha intrapreso nel 2004 il progetto dell'Ufficio comunale della donna Secretaria Distrital de la Mujer è stata la giornalista Martha Elena Barriga, che ha concentrato il suo impegno sulla prevenzione della violenza, la sua eliminazione e l'accesso alla giustizia. Un lavoro integrale, che concentrandosi su queste tre priorità, ha creato una strategia per aiutare le donne nella ricostruzione di un progetto di vita, grazie al coinvolgimento di assistenti sociali, psicologi, educatori e professionisti della comunicazione.



Le ragazze o donne vittime di violenza domestica si rivolgono al servizio è sono ascoltate e orientate, l'aiuto che viene dato loro dipende dalla gravità delle problematiche esposte: ricevono sostegno oppure, se in pericolo di vita, sono ospitate in una delle sei casa refugio di Bogotà. In questi casi vengono applicate misure di protezione: ricevono un alloggio, attenzione, vestiario e soprattutto un sostegno di tipo giuridico. Un periodo di quattro mesi durante il quale devono cercare di rompere il circolo di violenza e ricominciare tornando a vivere da sole. Una volta fuori dalla casa rifugio, segue un periodo di sei mesi tra visite a domicilio e la ricerca di un lavoro, una delle parti più difficili per riaffermare la propria indipendenza. Nel 70% dei casi le donne che hanno seguito questo programma delle case rifugio non torna a vivere con l'aggressore, sfortunatamente il 30% di esse lo fa, e queste cifre sono il motivo per il quale si continua giorno dopo giorno a lavorare perché non ci sia ni una màs, nessuna in più.
Sono diversi gli scenari nei quali questo ufficio attualmente lavora, c'è molta comunicazione con la cosiddette Secretaria de Educaciòn e Secretaria de Salud, rispettivamente il segretariato per l'educazione e la salute e gli altri enti statali che lavorano sulla sensibilizzazione e la prevenzione nelle scuole. Perché sominciando dai più giovani - è la convinzione - si possono ottenere grandi risultati.


Il conflitto armato è un'altra delle gravi problematiche dalla Colombia: le donne fuggono della violenza nei campi con i loro figli, i noti come desplazados de la violencia. Molti degli uomini sono stati costretti a combattere oppure sono stati uccisi; anche in Colombia le donne sono armi di guerra. Non sono soltanto vedove, figlie o madri, sono donne segnate dalla violenza che in molti casi ha lasciato dei traumi fisici e psicologici: tante volte hanno visto uccidere i lori cari e in altri casi sono state vittime di violenze sessuali. 
Ci sono tanti tipi di violenza di genere ma nei paesi in situazioni di conflitto come la Colombia la situazione è ancora più complessa, la guerra toglie tante cose agli individui, ma mai la voglia di lottare.

(Jhoana Ostos Tavera)

Per saperne di più, ascolta anche l'intervista realizzata da Jhoana Ostos Tavera a Nadia Sabala dell'Ufficio per l'eliminazione della violenza contro le donne e refrente delle case rifugio per donne maltrattate di Bogotà.


mercoledì 17 febbraio 2016

Tessere per raccontare

Pensavo a quanto fosse strano tornare nel mio paese, nella mia città d’origine (a Bogotà la capitale della Colombia) e trovarmi in uno dei bar più rinomati per lo squisito caffè di cui il mio paese è per tradizione grande esportatore.
Sono all'Oma Cafè ad aspettare Fabiola Calvo, giornalista colombiana della quale avevo sentito parlare molto ma che non conoscevo ancora. Avevo letto e visto sul web un po’ del suo lavoro con la rete internazionale di "periodistas con visiòn de género" (giornaliste con visione di genere); lei è una di quelle giornaliste di vecchia data che hanno cominciato a battersi per i diritti delle donne negli anni Ottanta. Per me conoscerla era qualcosa di speciale.
Minuta, occhi scuri e profondi, cosi come la immaginavo, molto diretta e sicura di sé, semplice e schietta; una persona che anche se la vedi una sola volta ti rimane impressa perché ogni conversazione con lei ti lascia qualcosa. Fabiola fa parte della rete colombiana di giornaliste con visione di genere che si è formata dopo la Segunda Conferencia Latinoamericana de mujéres Periodistas (Seconda Conferenza Latinoamericana de Donne Giornaliste de la Federación Internacional de Periodistas FIP), tenuta a Río di Janeiro, Brasile, dal 25 al 28 di marzo 2004. La rete ha come obiettivo di cambiare il modo di vedere la realtà delle donne e di conseguenza trasformare l’informazione: il modo d’informare, analizzare, raccontare.
Fabiola ha cominciato a raccontarmi dell’attività delle giornaliste che appartengono alla rete, il loro lavoro si può paragonare al mestiere delle tessitrici perché partendo della realtà di ognuna delle nazioni che fanno parte di questo gruppo (il Messico per il Centro America, il Brasile, la Colombia, e l'Argentina per il Sud America e la Spagna per l'Europa) si riesce a intervenire nell'ambito dell’informazione e della comunicazione promuovendo un linguaggio per l’inclusione, per un giornalismo più rivolto al femminile.
Di questa rete fanno parte 36 paesi, ci sono degli incontri ogni due anni, ad ogni incontro cambia il coordinatore della rete, in questo momento sono Svezia, Colombia e Messico i paesi coordinatori e hanno l’incarico di scegliere tra le proposte presentate da ogni paese per lavorare ad un progetto in comune. In questo modo si riesce a trattare delle tematiche d’interesse per tutti: comunicazione per la parità, violenza di genere e femminicidio, tratta di persone e prostituzione, diritti sessuali e riproduttivi e il ruolo delle donne nel conflitto armato tra gli altri. 
Parlare con lei della situazione in materia di diritti in Sud America e in Europa mi ha fatto capire che anche se viviamo in nazioni e culture diverse le problematiche delle donne, la violenza di genere e la mancanza di un linguaggio per l’inclusione è una cosa sentita da tutte.
In Colombia c’è il conflitto armato e come conseguenza il fenomeno dei "desplazados", persone che fuggono dalla violenza nelle campagna lasciando le loro case, terre e la loro cultura per sopravvivere nelle grandi città; in Italia ci sono gli sbarchi di uomini, donne e bambini arrivati dalle nazioni africane e del Medioeriente che fuggono dalla guerra e dalla povertà. Le donne sono usate come armi di guerra in tutti i paesi in conflitto; il femminicidio esiste in occidente come nel terzo mondo; questo mi ha fatto capire quanto ha in comune chi come "noi" cerca nei media una visione di genere che permetta alle donne di essere considerate come individui con diritti concreti e non come soggetti alla ricerca di parole, soltanto parole, che poi si porta via il vento.


(Jhoana Ostos Tavera)

lunedì 15 febbraio 2016

Ni Reinas Ni Cenicientas

Ni Reinas ni Cenicientas. Questa frase è una di quelle che mi è sempre piaciute perché sono stata una bambina che preferiva le passeggiate nel quartiere in bici alle bambole, le escursioni alla ricerca di animali nel bosco e le partite di frisbee al gioco della cucina; sono sempre stata un po' un maschiaccio con il bisogno di uscire dagli schemi per stare bene, non ho mai voluto essere "né regina né cenerentola".
Ed è a questo che penso guardando le puntate di Ni Reinas Ni Cenicientas, la serie creata da Fabiola Calvo Ocampo, giornalista colombiana che da tre anni e mezzo ha intrapreso un progetto ambizioso e unico nel suo genere: un programma tipo documentario nel quale si cerca di arrivare alla quotidianità delle donne; si promuovono i suoi diritti e si dà loro voce. Sono artiste, donne che vivono per strada, sindacaliste, insegnanti, lavoratrice nel campo del riciclaggio, l'agricoltura, i campi di fiori e la prostituzione, dottoresse e anche manager; donne di tutti tipi e classi sociali che abitano a Bogotà, la capitale della Colombia.
Le loro storie sono narrate dalle protagoniste in prima persona: come sono le loro giornate, le lotte quotidiane per farsi strada in una società maschilista dove ogni cambiamento per la loro indipendenza può costare la tranquillità della vita famigliare, i figli e tante volte anche la vita.
Sono queste le storie che il programma presenta ai cittadini, un programma nato dalla Red de Periodistas de Colombia ( Rete di Giornaliste colombiane) con il sostegno della UNIfem (ONU per le donne), il Fondo per le Popolazioni delle Nazioni Unite, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) e anche di diversi organismi del governo colombiano.
È apripista in America e anche in Europa, un programma che è riuscito ad entrare nelle case e ad attraversare le frontiere anche linguistiche per il suo modo di trattare le diverse problematiche delle donne, con uno sguardo giornalistico al femminile e tenendo sempre in primo piano l'importanza dei diritti delle donne.
Contribuire alla divulgazione di progetti come questo aiuterebbe molto anche alla presa di coscienza da parte anche dei ragazzi perché sono storie raccontate in modo autentico e in un linguaggio comprensibile; programmi che guardi volentieri perché le protagoniste sono donne come noi.

(Jhoana Ostos Tavera)